After Life: l’arte di andare avanti

Prima di After Life conoscevo il signor Gervais come stand-up comedian. Certo, sapevo che la sua mente era dietro a quel The Office di cui imperversano i meme sui social e avevo visto le sue graffianti presentazioni agli Emmy’s ma per me rimaneva un comico da palcoscenico che sarcasticamente non si tirava indietro quando si trattava di fare una battuta. Tutto qua. Vedendo qualche notizia prima e scorrendo i titoli Netflix poi, quando mi imbattevo in qualcosa riguardante la sua nuova serie “After Life” mi immaginavo che quella stessa bruciante cattiveria che, per me, era l’unico ingrediente della sua vis artistica, trasudasse da ogni poro della sua miniserie. “Sarà una serie basata su una sequela di battute dissacranti su morte, ipocrisie, religione etc. Etc.” E’ per questo me ne stavo alla larga. Mi piace quel tipo di umorismo “nero” alla George Carlin, per intenderci, ma guardarmi una serie intera solo su quello? No, grazie.

Tutto questo fino a qualche giorno fa. 

Mi sono imbattuto in uno dei numerosi articoli di stampo saggistico del grande collega blogger Kasabake (cliccando potrete leggere il superbo articolo in questione). Abbiamo spesso gusti affini, può davvero impostare una trattazione su una apparente seriaccia di Ricky Gervais? Davvero? Ho dato una veloce occhiata senza soffermarmi (a fatica, lo ammetto) sulle mille letture che offre un testo di Kasabake. Non volevo esserne influenzato. Percepivo il suo entusiasmo ed il suo apprezzamento per l’opera ma…sarebbe accaduta anche a me la stessa cosa? Ero davvero pronto a sorbirmi qualche ora di continue battute dark senza un attimo di tregua? Una stand-up comedy di 2 stagioni (12 episodi)? Mi sono lanciato e, come presumo voi abbiate ormai intuito, ho capito di essermi – per l’ennesima volta – sbagliato. Ho terminato una sorta di binge-watching (almeno per i miei standard) e sto continuando a rielaborare quello che ho appena visto.  

Il vero umorismo scaturisce più dal cuore che dalla mente; la sua essenza è l’amore. Non provoca la risata fragorosa, ma il sorriso, che è cosa molto più profonda. 

(Thomas Carlyle) 

UNA SERIE CHE NON FA RIDERE… 

Scordatevi gag a ripetizione. Scordatevi un susseguirsi di momenti ridicoli che servono solo a regalare la risata “di pancia”. Gervais fa qualcosa che ritenevo ai limiti dell’impossibile: camminare  costantemente per tutte le puntate su un ipotetico filo sospeso, tra umorismo e dramma parlando di elaborazione del lutto. Tony ha appena perso l’amata moglie. Tony vuole farla finita. Tony sta male e inconsciamente non accetta che gli altri stiano bene. Questo è il protagonista della serie in questione. Un tipo pesante, aspro, che dispensa cattiverie capaci di farci accennare un sorriso in noi spettatori ma, alla lunga, pesanti per i suoi interlocutori. Anche noi, dopo un po’, percepiamo questo disagio. Tony non è divertente, anzi. Una strana sensazione comincia a fare capolino nella mia testa: ma non era una serie comica? Che diamine ha combinato Gervais? Che cosa sto guardando? 

A proposito di momenti trash, Brian è apparentemente un disagiato con enormi problemi. Eppure anche con lui possiamo, in minima parte, empatizzare.
A proposito di momenti trash, Brian è apparentemente un disagiato con enormi problemi. Eppure anche con lui possiamo, in minima parte, empatizzare.

Tony lavora come giornalista in un giornale locale che fonda i propri “scoop” in notizie strambe e assurde. Mi correggo, Tony “lavorerebbe” come giornalista. In realtà il recente lutto lo inchioda ad un immobilismo e a tendenze depressive che lo fanno comparire in ufficio una volta ogni tanto. Il suo capo è il fratello della moglie, Lisa, morta di cancro qualche tempo prima. I suoi colleghi sono bizzarri: da chi si abbuffa in continuazione, a chi vuole stare sulle sue, fino ad una entusiasta new entry. Neanche loro sono immuni dalle frecciate di Tony, dispensatore di cattiverie continue e capace di portare con sé una nuvola nera di pessimismo che si propaga ovunque egli vada. Lo sopportano ma soffrono anche loro, sia per quello che dice, sia perché capiscono che ha grandi problemi. 

“If I become an asshole and do and say what the fuck I want for as long as I want, and then when it all gets too much, I can always kill myself. It’s like a superpower.

(Tony, After Life)

La filosofia toniniana è chiara: se sto male e ho perso tutto (Lisa), non ho più niente da chiedere alla vita. Posso fare quello che voglio, posso dire ciò che penso, anche se calpesta la sensibilità altrui. Dopo un paio di puntate, però, scendiamo più nel profondo. Compaiono altri comprimari, se possibile ancora più bizzarri dei colleghi di lavoro. Un collega tossico,  un postino poco stakanovista ed una “professionista del sesso”. Reietti, persone al margine della società ma, soprattutto, persone sole. Come Tony. Chi può capire meglio questi soggetti di uno che vive la più profonda solitudine? Il lutto, il dolore diventa paradossalmente una via per uscire fuori da quel buco nero che il decesso di una moglie solare e amorevole come Lisa ha causato. Ma non è tutto. Conoscere una signora al cimitero consente a Tony di parlare con una persona che ci è “passata” e aprirsi. L’armatura fatta di battute e chiusura, comincia a presentare qualche incrinatura.  

… MA FA SORRIDERE 

Il fatto è che Tony era una persona estremamente simpatica e lo percepiamo dai video che guarda desolato sul letto mentre la moglie gli dà dolci e divertenti raccomandazioni da un letto di ospedale o nelle riprese del matrimonio suo e del fratello di lei o, ancora, nelle scene di vita quotidiana fatte di scherzi e prese in giro. L’umorismo nero del protagonista nasce dal suo talento di ridere di tutto e tutti. Eppure nel lutto da solo non riesce a uscirne. Il dolore gli serra la gola e gli occhi si inumidiscono. La risata amara diventa quasi un lamento perenne. 

Lo psichiatra è probabilmente uno dei personaggi più disgustosi della serialità televisiva. Inquietante e lucido nella sua idiozia.
Lo psichiatra è probabilmente uno dei personaggi più disgustosi della serialità televisiva. Inquietante e lucido nella sua idiozia.

E poi, come detto, qualcosa si smuove. 

Vi ricordate di cosa si occupa il giornale per cui lavora? Storie surreali (che rappresentano i momenti “trash” della serie) di paesani che farebbero di tutto per comparire sulla prima pagina del giornale locale. Tony sente le loro storie assurde e, malgrado il suo sguardo e qualche freddura non celino il suo disagio per dover ascoltare simili cose strampalate, piano piano comincia ad empatizzare. Dietro ogni momento fuori di testa (e ce ne saranno: da un bambino che “assomiglia” a Hitler ad un collezionista compulsivo, passando per chi parla con animali) c’è un motivo. Noi ridiamo di loro, sentendo le battute di Tony (mentre spesso questi pittoreschi paesani non riescono nemmeno ad afferrarle) ma capiamo che c’è qualcosa che non va. E lo capisce pure lui, il protagonista.  

Il percorso che porta il Tony di Gervais a mutare la propria filosofia di vita è faticoso, fatto di alti e bassi, battutacce e piccoli gesti. Forse il fatto di essere infelice non significa dover rendere infelici gli altri. Forse fare piccole cose, essere gentili davvero può illuminare, anche solo per un istante, il momento più buio. E forse si comincia a capire che siamo tutti nella stessa barca, che ognuno ha piccoli e grandi lutti, le proprie sofferenze, insicurezze, fobie.  

Allora ecco che sorridiamo e ci commuoviamo. Si piange e allarga un sorriso quando, come Tony, cominciamo ad intuire il tutto. Quelle macchiette che sembravano essere i vari comprimari diventano tridimensionali, la loro umanità emerge pur rimanendo personaggi esilaranti e folli. 

Chi l'avrebbe mai detto che una serie del genere fosse così profonda, senza cadere nel retorico?
Chi l’avrebbe mai detto che una serie del genere fosse così profonda, senza cadere nel retorico? Gervais regala una performance a tutto tondo, dal comico al drammatico.

L’ARTE DI ANDARE AVANTI 

In After Life non si ride ma si sorride. Pochissime risate di pancia e tante belle sensazioni. Non c’è niente di melenso o patetico nel messaggio di Gervais, uno che non sale certo sul piedistallo per insegnare allo spettatore come affrontare un lutto. Non critica nemmeno chi voglia farla finita, anzi, entra dentro quel meccanismo autolesionista che la depressione porta con sé. Eppure la strada, quella che dopo 12 puntate (rinnovata la serie,  ne avremo altre 6 l’anno prossimo) imbocca Tony, è quella dell’andare avanti. Un’arte da imparare e padroneggiare giorno per giorno con pazienza e dedizione. Un costante apprendimento dei bisogni altrui, un guardare fuori dall’oblò dopo essersi sempre concentrati su di sé.

La morte stessa può servire ad apprezzare la vita, il dolore la felicità, la solitudine la compagnia. La precarietà che ci contraddistingue come esseri umani, solo temporanei passeggeri sulla Terra, è anche il nostro punto di forza. Per quanto sia un’eterna lotta con tutto ciò che trascina in basso, avanzare stringendo i denti e comprendendo di non essere i soli a combattere questa battaglia, è una sfida che vale la pena di affrontare.  

E che questo messaggio me lo abbia trasmesso con una serie capace di commuovermi uno stand up comedian caustico e tagliente come Gervais non me lo sarei davvero aspettato. 

Grazie Gervais e Grazie Kasabake.  

8 pensieri riguardo “After Life: l’arte di andare avanti

  1. Anche io ho guardato After Life dopo aver letto il post di Kasabake (quanto mi mancano i suoi post!). Comunque davvero una gran serie. I personaggi sono memorabili (anche quelli minori). Mi sono stranamente affezionato alla prostituta! Confesso di aver visto solo la prima stagione, ma mi hai dato lo spunto per riprenderlo.

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    1. Che bello scoprire di non essere l’unico! Kasabake è l’equivalente della guida Michelin per cinema e serie tv. Onestamente pensavo che con la prima stagione si concludesse tutto e che la seconda avesse veramente poco da dire. E invece (tanto per cambiare) mi sbagliavo. La prostituta è un personaggio simpaticissimo e tenero. Quanto ad altri personaggi di supporto, non posso che riconoscermi in Matt.

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  2. È un vero piacere, carissimo Amulius, leggere di nuovo le tue parole: mi sembra sia passato un secolo e forse, per la relatività di come viviamo il nostro tempo, è davvero così… Il mio è stato (ed in parte continua ad essere) un eremitaggio forzoso e questo che hai appena commentato è stato il mio primo post dopo tanto tempo e giacché mi conosci sai bene che tutto questo non è casuale: la scelta della serie, il suo essere qualcosa di completamente diverso (uno stand-up comedian che scrive, dirige ed interpreta una serie televisiva con uno spessore drammaturgico incredibilmente più coeso e lineare di tantissimi altri film scritti da non-comici), la brevità del mio post ed il periodo che stiamo tutti vivendo…

    Parlavo ieri sera proprio di te con alcuni miei amici e compagni di cinema, dello scambio di battute che abbiamo avuto all’uscita di Roma di Cuaron, mentre altri lo stavano strapazzando accusandolo di eccesso di autoriliatà e di alcuni gusti in comune… E poi arriva il tuo commento, il tuo post, il tuo reblog, la tua citazione e la tua abituale signorile generosità…

    Corro da te!

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  3. Eccomi di nuovo!
    Prima avevo risposto dal telefono…

    La tua non è a stata una semplice citazione o un asciutto reblog, ma un vero e proprio omaggio a tutto tondo, che, non ti nascondo, in un momento come questo, per me è stato persino commovente: le parole sono importanti, sempre e leggerle è ancora meglio che sentirle, perché ripetono all’infinito il loro potere evocativo e nel caso di questa tua lunghissima citazione la mia autostima ringrazia sentitamente!

    Mi preme, però, a questo punto farti sapere che leggere il tuo pezzo, dopo l’ovvio felice imbarazzo per il tuo ringraziamento, è stato davvero sorprendente: infatti hai scritto una recensione completissima, misurata, divertente ed anche (questo il suo bello!) completamente diversa dalla mia, regalandomi riflessioni ulteriori a qyelle che avevo fatto da solo.

    Ancora una volta, senza che nessuno ce lo chiedesse, abbiamo camminato su marciapiedi paralleli verso la stessa direzione ed è stata una magnifica passeggiata: prima o poi, com’è normale e persino giusto, capiterà che ci netteremo su posizioni opposte nel giudizio di qualcosa, film o fiction che sia, ma quando accadrà so già che non sarà mai uno scontro di tifoseria perchè la stima reciproca è il nostro salvagente all’ignoranza imperante ed all’aggressività che ci circonda.

    Alla prossima, stimatissimo collega!

    P.S. Senza entrare nello specifico, per non spoilerare nulla ad altri, ma facendo solo accenni che tu capirai benissimo, ora che hai visto la prima stagione (e forse anche la seconda), mi piace soffermarmi sul rapporto tra Tony ed il tossico: il loro rapporto è scritto in modo strepitoso ed anche le svolte narrative sono una delle chiavi di tutto lo storytelling interno (il vivere ai bordi del consorzio civile, il divano, il garage, la condivisione di eros e thanatos…), arrivando ad essere persino la pietra angolare su cui comincia a muoversi tutta l’impalcataura di valori etici del protagonista, l’ombra che da senso alla luce del rapporto con l’infermiera, mentre in distanza la compagna di panchina diviene il coro che commenta come in una commedia della vecchia Atene o della Roma repubblicana… Un lavoro di scrittura che raramente si trova in un lungometraggio di ampio respiro e che è qui invece regalata come un inciso.

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    1. Grazie del commento! E’ veramente bello tentare di sviscerare significati e letture in un’opera (qualunque essa sia) ed in questo sei Maestro, poche storie! Non a caso certe sfumature riesci a coglierle in maniera superba (l’associazione coro teatrale – signora “della panchina” è geniale, senza dimenticare il rapporto col tossico che avevo intuito quando nel tuo articolo facevi riferimento a scelte morali non scontate).

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