Nell’epoca in cui ovunque ci giriamo vediamo supereroi – dal maestoso universo Marvel al deludente universo DC in campo cinematografico, passando per le teen series che ogni anno aumentano, senza dimenticare i prodotti più ambiziosi come gli, ahimè, ormai esauriti eroi marvelliani di casa Netflix – trovare prodotti che rappresentino una novità nell’approccio e nell’impianto stilistico in materia di persone con superpoteri, è un’impresa assai ardua.

The Umbrella Academy oscilla tra uno stile fumettoso sopra le righe ed una vena malinconica che permea tutta la serie. Malinconia per quel che è stato e che poteva essere, che cominciamo a capire con i flashback nelle varie puntate, tra segreti svelati e caratterizzazioni dei singoli personaggi.

 

LITTLE WATCHMEN

Di cosa parla, dunque, the Umbrella Academy? Di un’atipica famiglia di supereroi, composta da ex ragazzi prodigio adottati da un misterioso miliardario, cresciuti da una mamma un pò particolare e da un maggiordomo scimpanzè. E se il padre adottivo viene a mancare e l’apocalisse è alle porte, il fatto che il destino del mondo sia nelle mani di un gruppo diviso, insicuro, ancora acerbo e più che complessato, è una premessa non da poco.

Ispirata all’omonima opera fumettistica di Gerard Way e Gabriel Ba, la serie rappresenta attualmente un unicum nel panorama televisivo, proprio per il mix di stili che insieme compongono la ricetta esclusiva di una serie che pare essere una boccata d’aria fresca in un mondo seriale sempre più standardizzato.

I cliché sono presenti ma il modo in cui sono trattati è originale. Immaginate se gli X-Men fossero durati qualche anno prima di andare ognuno per la sua strada e se, al posto di un saggio professor X, vi fosse un freddo e rigido miliardario con monocolo. L’influenza di quel pilastro fondamentale nell’ambito graphic novel (e non solo) che è Watchmen ha indubbiamente influenzato Way nell’ideazione della sua opera magna. Trasporre un fumetto che gioca su eccessi sempre sul filo del rasoio per non scadere nel totale ridicolo non era facile eppure, stavolta, Netflix ce l’ha fatta. La cosa che sorprende è che alla produzione ci sia quello stesso Jeremy Slater che aveva contribuito ad assassinare filmicamente il manga Death Note con un adattamento che dire osceno è dire poco.

L'aria malinconica del passato permea ogni puntata. Da flashback a semplici ricordi di ciò che è avvenuto, tutto lascia trasparire il legame tra la "via smarrita" attuale e quel che è stato anni prima.
L’aria malinconica del passato permea ogni puntata. Da flashback a semplici ricordi di ciò che è avvenuto, tutto lascia trasparire il legame tra la “via smarrita” attuale e quel che è stato anni prima.

Seppur con qualche differenza rispetto all’opera originale (la prima stagione attinge da due albi, Apocaypse Suite e Dallas), l’idea di raccontare le vicende di un gruppo di ex-ragazzini che si “sono persi” nella strada della vita dopo aver conosciuto la popolarità come mini-eroi anni prima, non può che essere interessante. Se a questo aggiungiamo l’idea di soffermarsi su ciascun singolo personaggio dedicandogli ampio minutaggio, capiamo subito che il punto di forza, più che la trama in sé e per sé , è proprio il lavoro di caratterizzazione dei singoli ex-membri della Umbrella Academy (e non solo).

Inoltre il ritmo riesce ad essere comunque serrato, senza mai dare la sensazione di stare vedendo qualche puntata “filler” riempitivo, tanto da “costringermi” a concludere tutti gli episodi nel giro di pochissimi giorni.

 

SEI FRATELLI IN CERCA DI AUTORE

Come detto, il vero punto di forza della serie sono i personaggi.

Sono tutti – chi più, chi meno – tormentati dal passato. Ognuno di loro è in cerca di un significato alla propria esistenza, ognuno alla ricerca del suo “autore”, dello scopo per il quale sono stati costretti a vivere una vita assurda che chiede pegno costantemente. Le loro insicurezze, il loro andare a tentoni nella vita come nella missione principale è forse l’aspetto più originale e interessante di tutto il prodotto.

E così ci colpisce la Vanya di Ellen Page, unica del gruppo sprovvista di poteri, che ha vissuto sempre all’ombra degli altri e che ha portato il peso di “non essere speciale” per tutta la propria vita. Ci sarà spazio per lei per uscire dalla mediocrità alla quale sembra essere condannata?

Ellen Page è la star dello show e le è toccato il personaggio più tormentato. Se da un lato non la vedremo mai sopra le righe, la sua Vanya è la figura più umana di tutto il lotto, con le sue incertezze e delusioni.

E che dire del gigantesco numero uno, Luther (Tom Hopper) la cui forza sovrumana non è sufficiente a proteggerlo dall’insicurezza di non essere il leader che avrebbe dovuto rappresentare?

Non vanno dimenticati Allison (Emmy Raver-Lampman), capace di un controllo mentale del quale ha abusato in passato o del vigilante Diego (David Castañeda) i cui metodi borderline lo hanno costretto a vivere ai margini della società?

Tra tutti loro, però, seppur degnamente interpretati, occorre soffermarsi su due personaggi (e sui rispettivi interpreti) che fungono da vero e proprio fiore all’occhiello della serie. I due fratelli sopra le righe, per motivi diversi, che rimangono più impressi anche una volta terminata la visione.

Il Klaus di Robert Sheenan tra crisi di astinenza, eccessi nel vestiario, movenze e uscite esilaranti è uno dei motivi per i quali vedere questa serie. Immaginatevi un ragazzino che ha come potere quello di poter vedere persone decedute. Chi non impazzirebbe? Klaus è il perenne immaturo, il debole per antonomasia (o forse no), il comic relief nei momenti più drammatici, lo scansafatiche del gruppo. In una parola: eccezionale.

Klaus e numero 5: interpreti semplicemente straordinari. Già loro valgono la visione della serie.
Klaus e numero 5: interpreti semplicemente straordinari. Già loro valgono la visione della serie.

Non è tutto, però. Manca all’appello l’altro fuoriclasse della squadra, il numero 5 (non ha un nome) di Aidan Gallagher. L’unico capace di viaggiare nel tempo e nello spazio grazie ai suoi poteri che, per una serie di circostanze che non vi spoilererò di certo in questa sede, si trova a vivere nel suo corpo di ragazzino…pur avendo ampiamente passato la mezza età! Il giovane Gallagher è stato semplicemente superlativo nel rendere un personaggio “vecchio” dentro un corpo giovane. Se abbiamo spesso visto l’opposto (da “Big” con Tom Hanks fino all’ultimo Shazam), non sono tanti gli esempi in cui ci sembra di vedere un bambino atteggiarsi, parlare, muoversi come se fosse un adulto nel corpo sbagliato. Un interpretazione strepitosa (che strappa sorrisi e non solo).

Oltre ai fratelli Hargreeves, i comprimari ed i villan che sono stati sviscerati ottimamente, senza mai che sia stata data la sensazione di personaggi piatti, utili solo ai fini della trama.

Considerando lo stile della serie, non era scontato.

 

ECCESSI E MALINCONIA

La patina di tristezza e malinconia per il passato (e per le perdite che dovranno sopportare i nostri eroi) si miscela con le scene di lotta super cruenta, con i poteri paranormali molto fumettistici (ma resi bene per essere un prodotto televisivo), con cattivi che vestono maschere gigantesche finendo per essere minacciosi ugualmente e con rivelazioni che dipanano la matassa narrativa iniziale. Un’alchimia insolita, quella di questa The Umbrella Academy. Siamo soliti a prodotti che scelgono un unico approccio (il demenziale-irriverente di un Kick-Ass et simili o l’impegnato e autoriale di un Daredevil o quello spiccatamente da soap opera di un Arrow) ma la particolare combinazione che regala un originalissimo “colore” a questa serie, è qualcosa di nuovo e fresco.

Da sottolineare, inoltre, il particolare utilizzo della colonna sonora (composta da pezzi più o meno celebri) che ho trovato particolarmente azzeccato. Veramente notevole.

Non è un capolavoro e non farà la storia della televisione ma, come per la Casa di Carta (perlomeno per le prime due stagioni), rappresenta un unicum gradevole, uno spensierato divertissement dal quale farete fatica a staccarvi, ve lo garantisco.


10 risposte

  1. E’ nella mia lista di Netflix poi ti dirò. Io e mio figlio abbiamo iniziato a vedere il film di Death Note ma dopo venti minuti di continui lamenti di mio figlio “Ma dai” “Ma no” Questo è un massacro” “Non ci posso credere” “Sfruttamento di un manga ecco cos’è questo scempio” mi sono voltata e ho detto “Gabrie’ non è un obbligo vederlo, elimino?” “Si’ mamma” ecco siamo passati a The Silence che non era esaltante ma almeno mio figlio non parlava 🙂

    1. “Questo è un massacro” descrive in 4 parole tutta l’oscenità di quel prodotto. Però vi siete persi il gran finale (perché, anche stenterai a crederci, il filmaccio peggiora man mano che passa il tempo) che è qualcosa di talmente trash che sembra una parodia.

      1. Non credo che possa andare da mio figlio e chiedergli “Vediamoci solo il finale” sono sicura che prenderà qualcosa dalla scrivania e la lancerà convinto verso di me 🙂 non voglio rischiare la mia incolumità per sto’ film

  2. A me ha un po’ deluso…

    1. Io non avevo grandi aspettative e mi ha “costretto” a finirlo in una manciata di giorni. Non resterà nella storia ma mi ha fatto trascorrere qualche ora tra una risata e l’altra.

  3. Continua questa bizarra sintonia di assonanze tra le cose che tu scrivi e pensi e le cose che penso e scrivo anch’io… Partendo da posizioni differenti e distanti, non è la prima volta, infatti, che leggendo i tuoi post mi sembra di aver passato la sera prima in birreria con te a parlare del medesimo argomento!

    Età differenti, città diverse, probabilmente formazioni culturali differenti derivanti da esperienze differenti, ma legate da una sorta di sintonia di pensiero che non aumenta, sia chiaro (come ho già detto altre volte), il valore di ciò che scrivi (perché non è bello solo ciò che è in linea con il nostro parere), ma senz’altro mi crea una calda sensazione di comfort per la condivisione dei medesimi giudizi.

    Mi è accaduto con quasi tutto quello che hai recensito da quando ti leggo e così con questa tua bella analisi della luminosa miniserie Netflix: ancora una volta, com’è tipico di questo network, un’esperienza di visione da trama orizzontale, da guardarsi e giudicare come un romanzo, anzi, come una graphic novel.

    Umbrella Academy (di cui ammetto non avevo letto le due miniserie a fumetti prima, ma che ho prontamente recuperato nei due ottimi volumi editi dalla Bao a 20 euro cadauno), malgrado alcune cadute di ritmo imperdonabili, specie nei primissimi episodi, nonché una fastidiosa tendenza a rimandare le spiegazioni solo per creare i classici cliffhanger necessari ad ogni fiction tlevisiva per il mantenimento della sua audience tra una puntata, è senza ombra di dubbio la miglior serie supereroistica di sempre..

    Non che questa mia definizione la renda automaticamente ai miei occhi un capolavoro (come hai detto tu? «Non è un capolavoro e non farà la storia della televisione»), visto i grossi limiti del genere, ma di certo, se ci si sofferma a pensarci la mia assolutistica affermazione ha un senso preciso…

    Escludendo tutti gli show supereroistici del millennio scorso (perché troppo inquinati dalla banalità, dalla prolissità o dalla deriva soap opera, come Smallville o Lois & Clark) e considerando la netta superiorità (come regia, messa in scena e sceneggiatura, delle produzioni adulte di Netflix (Jessica Jones, Punisher e Daredevil) in confronto a quelle generaliste della Warner, della Fox e della ABC (dallo stile action-comedy di target teen di tutto il Berlantiverse/Arrowverse, fino alla ripetitività leccata e priva di qualsiasi originalità di prodotti come The Gifted e persino il trasformista Agents of S.h.i.e.l.d.) o altri esperimenti di dubbio gusto (come il quasi trash Runaways di Hulu, network ora acquistato da Disney) ed altri ancora davvero troppo elitari (come il bellissimo ma improponibile in tv nonché senza categoria Legion), restano davvero pochissime fiction in grado di elevarsi dalla melma del loro essere squisitamente di genere ovvero esperimenti di manipolazione dello storytelling affascinanti come Titans (una delle poche cose da vedere davvero se non si è dei puristi dei comics originali), tanto che alla fine resta sul podio questa Umbrella Academy, che ha senso da sola, certamente sfacciatamente cool (quel tanto modaiola da ricevere la targa di prodotto originale Netflix), ma anche perfetto antidoto ai deliri teen in stile Riverdale: possiamo serenamente affermare che se la fiction creata da Roberto Aguirre-Sacasa gioca con i cliché in modo glamour, quella scritta da Blackman gioca a rompere il glamour tradizionale per diventare “stilosa” in modo differente ed alternativo oppure, come hai chiosato perfettamente tu, essa possiede una «particolare combinazione che regala un originalissimo colore donando a questa serie qualcosa di nuovo e fresco».

    Ben fatto, Amulius!

    1. Grazie molte, Kasabake. E’ davvero raro trovare una serie/film sul quale abbiamo impressioni diametralmente opposte, evidentemente abbiamo davvero gusti affini. Sulle serie a tema superhero da te citate, ne ho viste poche: al di là dei prodotti Netflix (che devo ancora concludere)e ho visto solo la prima stagione di Flash (l’ho sempre ritenuto un gran bel personaggio) ma non ho avuto grandi motivazioni a continuare. Le altre non le ho viste. Titans lo consigli, quindi? E’ altra cosa rispetto all’Arrowverse? E Riverdale, merita una visione?
      Una serie di cui si parla discretamente, per restare in casa DC, è Doom Patrol, chissà se le darò una possibilità. C’è il mitico Brendan Fraser (seppur coperto di latta) che mi riporta agli anni della “Mummia”(quanto tempo!). Intanto cerco un modo di vedere Legion (serie da te caldamente raccomandata), visto che dubito di trovarla in futuro sul catalogo Netflix. Forse con l’uscita della terza stagione, finalmente avrò l’opportunità di recuperarla.

      1. Anche se non me lo hai chiesto (anzi, forse speravi che così non sarebbe stato, perché così avresti potuto darmi una risposta più breve, eh, eh!), ti risponderò per punti, giacché per lavoro e per hobby sto portando avanti alcuni progetti che in parte coincidono con le tue domande…

        1. Serie Supererositiche

        Sto per creare due add-on a due miei articoli a suo tempo redatti: una riguardava l’evoluzione del genere procedural (quindi con sviluppo seriale verticale, a singoli episodi, anche con una trama orizzontale stagionale) e l’altro sull’infinito spostamento della parole fine nei serialized (sempre a struttura orizzontale, con una trama sola, anche multipla, divisa per capitoli); per entrambi questi articoli, sto preparando un capitolo extra in cui esamino le differenze di come il sottogenere supereroistico (in quanto moloch narrrativo che ha fagocitato i generi action, fantasy e sci-fi, con tutti gli stili possibili) abbia dominato le nuove produzioni televisive nordamericane in entrambi i settori procedural e serialized; per preparrami degnamente, mi sono fatto una scorpacciata di ficton televisive di genere ed ecco il perché di alcune mie puntualizzazioni…

        Tutte le serie marcate Berlanti (produttore e co-soggettista) del gruppo Arrowverse (Arrow, The Flash, Supergirl, Legends of Tomorrow ed a  breve Batwoman, presentata dentro il crossover di quest’anno) sono sempre e solo dei procedural, con un villain a puntata, trame verticalissime ed un pubblico teen di massa molto mainstream (anche se queste fiction propagandano una politica sociale sfacciatamente a favore della comunità LGBT, di cui Berlanti è attivista, tanto che in esse troviamo anche il primo supereroe televisivo transgender), mega-crossoveroni e ripetitività inevitabile stagione dopo stagione (anche se fingono di complicarsi la vita con un aumento della drammaticità), di cui parlerò a lungo soprattutto per Supergirl (alla quale ho dedicato persino un sito da fanboy, in cui fingo di essere adoratore di Rao, il dio di Krypton e della sua religione).

        2. Riverdale

        Sono probabilmente l’unico essere del mondo occidentale ad essere anche un fiction tv addict che ha trovato orripillante questa serie, che piace a tutti e che è stata persino una fucina di nuovi sceneggiatori: io penso sia la versione imbecille di Twin Peaks, mescolata al glamour di tutti i film sulla vita da college, filtrata da un’interpretazione in chiave teen del classico hollywoodiano I peccati di Peyton Place; probabilmente per molti è un guilty pleasure, piace perché una sopa strana, come per me è Supergirl, serie con trame da lobomotizzati ma anche con la presa ipnotica del “fascino biondo” su un adolescente mai cresciuto come me.

        3. Titans

        E’ un prodotto a marchio Berlanti ma non Arrowverse, quindi sorella produttiva di Black Lightning… Tuttavia mentre quest’ultima è una cazzatona vuota, nonché una paraculata in stile Black Panther, Titans è splendida ed anche per molte cose anticiptarice di ciò che Netflix farà con Umbrella Academy: è basata su dei personaggi decisamente minori, di cui tuttavia gli sceneggiatori televisivi (tutta gente che proviene dal fumetto DC Comics per adulti) hanno evidenziato l’aspetto dark e crepuscolare; è odiata da chiunque abbia amato i comics originali dei singoli personaggi (molto legati a Batman), per gli stessi identici motivi per i quali la fiction funziona benissimo a livello etico, registico e come sceneggiatura (quelle che per i lettori sono discrepanze nel comportamento dei singoli eroi sono in realtà l’effetto della tridimensionalità dei caratteri ed il conflitto tra l’impossibilità che nella vita reale esistano i supereroi, con un effetto che tu nel tuo post hai catechizzato come “Little Watchmen”).

        Insomma una serie imperdibile pur con tutte le riserve del caso (ogni scena con protagonista il personaggio di Starfire è un piccolo manuale di alta televisione, sia come regia che come scenografia) e che oltretutto introduce benissimo la futura serie dei Doom Patrol, qui in Titans presentata al completo.

        4. Legion

        Si è vero, per me è un capolavoro irripetibile ed un unicum nel mondo televisivo e che si concluderà con la Terza Stagione come programmato sin dall’inizio da Noah Hawley, tuttavia, dopo aver ricevuto feedback fortemente negativi dal 99% delle persone a cui l’ho consigliata, mi sento ancora una volta di avvisarti: non è facilmente fruibile, è ostica, pesante, a tratti assolutamente indigesta e le sue perle meravigliose (il cui valore è riconosciuto anche dai detrattori della serie) sono spesso nascoste in una coltre di insopportabilità, dove spesso la gioia della scoperta (perché la sua storia è una matrioska che si muove e si apre tra le pieghe del piano astrale, spesso senza spiegazioni logiche ma solo emotive ed empatiche) è un tesoro che si trova al termine di un labirinto in cui si suda per tutto il tempo senza divertirsi e la tentazione di mollare la presa ed abbandonare la visione l’ho subita anch’io (ci sono stati vari episodi in cui ho dovuto persino fermarmi e continuare il giorno dopo), ma il premio è stato talmente prezioso da avermi ripagato di tutti gli sforzi. Per cui, quando la vedrai, non sentirti obbligato a tacermi un tuo eventuale disgusto: saresti solo in compagnia dei miei migliori e più stimati amici (come ad esempio Lapinsu)!

        5. I viaggi nel tempo

        Ti dirò più avanti…

      2. Non vedo l’ora di leggere i due add-on, Kasabake! Hai fatto davvero una scorpacciata di serie tv a tema supereroistico, complimenti!
        E “grazie” per il cliff-hanger del punto 5 (a proposito, tra poco arriva la seconda stagione di Dark…), come sai è il mio tema preferito (purché non sia fatto malissimo, visto che il discrimine tra sceneggiatura geniale e colossale idiozia è piuttosto labile quando di mezzo ci sono i paradossi temporali).
        Su Legion, anche se le statistiche di gradimento da te riportate non sono incoraggiante, le darò una possibilità. Se ho visto quell’oscenità di Troy (che richiama visualizzazioni sul mio blog per qualche motivo a me ignoto), Legion può solo essere un prodotto migliore.

      3. Artisticamente lo è infinitamente! Il cliffhanger avrà uno sviluppo importante… Preparati ad una intervista, che sarà parte di qualcosa di più ampio…

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