Odisseo, l’uomo dal multiforme senso di colpa.

Così potrebbe iniziare un’ipotetica lettura in endecasillabi della versione dell’epico viaggio del re di Itaca firmato da Nolan.

Attinge dal mito, lo rielabora e propone la sua visione (che può piacere o no). Dopotutto il mito serve a questo, è qualcosa che attraversa i millenni, subisce modifiche e riletture ma ci racconta sempre qualcosa di noi, dell’Umanità con la U maiuscola.

Per un impallinato di mitologia come il sottoscritto (ognuno ha le sue fisse ed io, più che su cartoni e fumetti, sono cresciuto immaginando le sfide degli eroi greci e achei), l’Odissea di Nolan era un salto nel buio, un vero e proprio viaggio verso l’ignoto con casting discussi, costumi discutibili e una certa diffidenza verso un blockbuster di matrice americana che metteva in scena qualcosa di profondamente “mediterraneo”. Come direbbe Baricco “noi veniamo da lì”. Eppure, dopo aver attraversato il mare color del vino, avvisato numerose coste e vissuto gli eventi in modo nolanianamente non lineare (come del resto lo fa anche l’Odissea che è gioca con flashback sin dall’inizio), sono tornato dal cinema con l’idea di aver visto un grande film. Forse non il migliore di Nolan (The Prestige per costruzione lo ritengo sempre superiore) ma indubbiamente una pellicola che lancia un messaggio e che decostruisce. Lascia da parte la retorica dell’eroe che con la spada in pugno uccide i malvagi, dell’onore perduto, delle guerre “giuste”, della netta divisione tra buoni e cattivi in una maniche a semplicistica visione del mondo.

Decostruzione, quindi. Viviamo in un periodo di forte pessimismo, le regole stesse in cui noi abbiamo confidato vengono frantumate con una conferenza stampa (od un post su qualche social), le fake news dilagano e l’I.A. ci promette e mostra realtà differenti. Non potevamo aspettarci l’epica traduzione, filologicamente corretta, del poema omerico ma qualcosa di adatto al nostro XXI secolo, alle riflessioni di un essere umano che è consapevole della sua incapacità ad imparare dai propri errori, macerato da un senso di colpa che solo attraverso una presa di coscienza graduale può essere alleviato (ma forse non estirpato). E allora tutto passa in secondo piano. Dal cast multietnico (ma non nei personaggi trainanti della storia. Forse per dare l’idea della responsabilità della cultura occidentale o forse per mere ragioni di marketing), ai costumi che non ho apprezzato e, ovviamente, ai i tagli e alle modifiche al materiale di partenza (non enormi ma presenti).

L’Odissea di Nolan diventa un manifesto contro la guerra, la paura del diverso, la violenza come metodo per risolvere qualsiasi problema. L’inganno, l’astuzia tipica di Odisseo non è solo una virtù che ci fa sorridere di soddisfazione nel vederlo sfuggire a situazioni improbabili ma è una erinni che pare inseguirlo perché è con essa che ha contravvenuto alla Legge di Zeus. L’eroe diventa un Don Chisciotte ante litteram, perseguitato dai propri fantasmi (e addirittura inseguito, letteralmente), in parte rinnegato da un equipaggio che non comprende il trauma del proprio capo poiché non ha ancora elaborato i propri misfatti.

La lucidità che abbiamo sempre associato all’eroe furbo per antonomasia viene meno e noi guardiamo attraverso le sue lenti figure immaginarie, mostri, pericoli, tutte proiezioni del profondo dolore che prova per una umanità perduta in una notte senza luna illuminata solo dalle fiamme di una città che brucia.

L’Odissea che non meritiamo ma di cui abbiamo bisogno adesso.

Da vedere.


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