Vice: un mosaico americano

Ho inaugurato il mio anno cinematografico con il nuovo film di Adam McKay, Vice, attirato da una batteria di attori di grande spessore (con Bale e Adams sugli scudi) e da un regista che firma le proprie pellicole in maniera decisamente originale.  Se a questo aggiungiamo l’idea di narrare un personaggio del quale si è parlato tanto e poco allo stesso tempo, era difficile resistere.

Che opera è uscita fuori dal cilindro di McKay? Rimane un film da apprezzare solo per la ormai solita mostruosa interpretazione di Christian Bale oppure c’è dell’altro?

 

IL FASCINO DEL GRIGIO

Dick Cheney. Un uomo senza grandi qualità, apparentemente. Nel piccolo prologo viene subito messo in evidenza il contrasto tra quello che era (e forse poteva rimanere) e quello che è diventato.

Dick Cheney. Una persona che dall’avere poche o inesistenti motivazioni, finisce per rappresentare il paradigma dell’uomo di potere, dell’establishment.  Quel mezzo zotico, interpretato da un Bale in sovrappeso e con la bocca storta, si apre la sua strada nel mondo politico americano grazie alla sua unica (ma non irrilevante) dote: saper osservare.

“Guardatevi dagli uomini silenziosi” ci ricorda McKay con citazioni, voice over ma, sopratutto, con lo stesso Bale ed il suo sguardo di ammirazione al rampante Rumsfeld mentre già viaggia col pensiero nel suo futuro.

Dick Cheney, non era facile tratteggiare un personaggio come lui. Non ha il carisma o i tratti quasi caricaturali che può avere una figura di primo piano come un Bush jr o un Nixon, non colpisce per quello che fa o quello che dice. Sono i suoi silenzi e la sua stessa fisicità a delineare nello spettatore, pian piano, le sue caratteristiche. Come ammette lo stesso Bale, intervistato a proposito del film, l’imponenza fisica di Cheney ha un significato più profondo del mero aspetto esteriore, regalando difatti un senso di “inamovibilità” e Dick è uno che difficilmente viene messo all’angolo.

E così, seguendo la parabola di Cheney, ne osserviamo le molte ombre e le poche luci che comunque ci sono, tanto da tingere il protagonista in sfumature di grigio che ne danno una tridimensionalità forse inaspettata. Non è un fenomeno da baraccone, né un uomo completamente senza cuore in tutto e per tutto. Ed è proprio questo che ne aumenta il fascino. Un uomo venuto dal nulla, senza talenti eccezionali, riesce a fare carriera e ha vedere oltre, a cogliere opportunità mentre tutti gli altri stanno andando nel panico. Si percepisce, tra le righe di una vita costellata da scelte finalizzate alla gestione del potere ad ogni costo, un pizzico di ammirazione per questo “uomo nell’ombra”.

Dick Cheney non è l’unico personaggio a vivere l’ambiguità del non essere il male a tutto tondo. La moglie, Liz (interpretata dalla sempre strepitosa Adams), tra l’affetto sincero per il marito e l’ambizione di fare carriera attraverso quest’ultimo, Bush Jr (un Rockwell esilarante) che nella sua incompetenza nasconde l’insicurezza ed il sogno di emulare il padre, Rumsfeld (un Carrel in stato di grazia) che si vede addirittura superato dal suo stesso allievo: ognuno di loro ha le proprie insicurezze ed è ciò che li rende, malgrado tutto, tremendamente umani.

Vice mostra un personaggio nelle sue mille sfaccettature. Lungi dal connotarlo solo e soltanto per i tratti più noti al grande pubblico, il film prova a fornire un quadro più ampio (sempre con lo sferzante stile di McKay).

 

IL PUZZLE DI MCKAY

Il timbro del regista americano è evidente dal primo minuto alla scena mid-credit dopo i primi titoli di coda. Miscela ironia, sarcasmo e critica socio-politica in un cocktail unico nel suo genere.

Tramite un uso del montaggio che spezzetta la pellicola in piccolissime parti (video originali, scritte in sovra-impressione, fermi immagine, voice over e narratore che fa capolino di tanto in tanto, guest star hollywoodiane che illustrano concetti astratti in vesti improbabili), McKay vuole fornirci uno spaccato della società americana ed occidentale, narrandoci a modo le dinamiche del potere. Ci prende per mano catapultandoci in un vortice dove difficilmente è possibile fermarci un attimo a respirare. Può essere straniante e indubbiamente non è “rilassante”. Per quanto la pellicola si sforzi di essere accattivante, i temi di fondo non sono “leggeri” e, malgrado i numerosi input cross-mediali che vengono costantemente iniettati in tutto il film, richiede una dose di attenzione superiore a quella richiesta normalmente da un blockbuster.

Tra trovate che mi hanno fatto ridere da solo mentre guardavo stupefatto ciò che avveniva sullo schermo (chi conosce The Curse Of Monkey Island, troverà una chicca eccezionale) e il montaggio serrato che viaggiava da primi piani a spezzoni di notiziari, mi chiedevo come potesse funzionare un film del genere. Poi ho avuto un’illuminazione.

Il lavoro certosino di Bale sulla figura di Cheney è encomiabile. Non c’è solo la stazza fisica ma anche la lentezza dei movimenti e la parlata fatta di frasi secche che escono da una bocca leggermente deformata.

 

CUBISMO CINEMATOGRAFICO

L’idea di frantumare una pellicola in tantissimi pezzi e proporre così una realtà spezzettata ha un che di geniale. Non sempre fruibile o distensivo per la visione ma non per questo meno interessante e affascinante di una pellicola “canonica”.

Uscendo dalla sala lo spettatore ha visto l’ascesa ed il declino di un oscuro politico in una prospettiva insolita. Come il cubismo si proponeva di mostrare ciò che il pensiero elaborava, piuttosto che quello che il nostro apparato visivo mostrava, così Vice demolisce una storia nella sua unitarietà e fornisce quasi contemporaneamente una moltitudine di punti di vista e prospettive (ad esempio, l’11 settembre visto dalla gente comune e quello vissuto nelle stanze del potere, la tensione di Bush jr tradita da un piede nervoso e la tensione di chi si vedrà sotto bombardamento proprio in virtù dal discorso del Presidente).

Se, considerando le singole scene, sembra quasi che il senso della pellicola si perda e regni spesso solo del grande caos, facendo un passo indietro e guardando il quadro cubista che McKay dipinge con rapide pennellate, possiamo scorgere uno spaccato della nostra società molto più puntuale e vivo di quanto lo sarebbe stato con una trama molto più lineare.

Vice vale solo per Bale, quindi?

No, pur non essendo un film per tutti, l’opera di McKay va vista per quello che è: un frizzante, pungente e sarcastico mosaico americano.

4 pensieri riguardo “Vice: un mosaico americano

  1. Eppure a me non è piaciuto. Sono voce fuori dal coro, lo ben so, considerando le critiche positive che sta ricevendo questo film. Eppure io non ho visto tutto quello che tu hai visto. Per me è stato lento, affatto chiaro (dà per scontato molti passaggi e dinamiche a me ignote), e dialoghi poco incisivi. Pochissimi dialoghi consistenti. Alla luce di quel che hai scritto mi sembra quasi di aver visto un film diverso.. Che dire.. Riproverò a vederlo quando passerà in tv, o su Netflix..

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    1. Capisco benissimo. Non sono andato da solo a vederlo…e alla fine ero l’unico soddisfatto della visione del gruppo. E’ un film che “chiede tanto” allo spettatore, molto più vicino ad un documentario rispetto ad un canonico film e lo spezzettamento anche per me (all’inizio, poi mi ci sono abituato) è stato straniante. E’ un film molto particolare, unico nel suo genere. Resto dell’idea che, per la tematica trattata, un film canonico sarebbe stato una noia colossale (non è che Cheney sia un personaggio tale da reggere un intero film sulla sua grigia ascesa nelle sale del potere) e non regalato quel “campo largo” nel fotografare una determinata società. Detto ciò, riprendendo il nostro amato latino, “De gustibus non disputandum est”!

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