Quante volte ci siamo seduti davanti alla tv guardando una serie promettente e siamo rimasti delusi dal fatto che il protagonista di turno si trovava a che fare con degli antagonisti che risultavano essere degli emeriti imbecilli?
Non c’è niente da fare, senza un antagonista all’altezza anche la migliore serie tv presenta una falla nella sua struttura non da poco che rischia di far crollare anche il più acuto intreccio di trame e sottotrame. Tempo fa avevo sottolineato l’importanza del “cattivo” nei cinecomic., figura spesso bistrattata ed inserita solo per essere presa a cazzotti/martellate/infilzata (a seconda dell’eroe di turno), malgrado spesso e volentieri venga interpretata da attori di spessore. Ancora più cruciale è la caratterizzazione di un personaggio antagonista in una serie tv che si protrae per un tot di puntate. A differenza di un film, nel corso del tempo lo spettatore può vedere un maggior approfondimento psicologico delle varie pedine che si muovono nella grande scacchiera. Proprio per questo è lecito aspettarsi che per tutta la durata della serie vi siano delle figure capaci sia di mettere alla prova l’eroe di turno, sia di non essere bidimensionali ma di aver alle spalle delle ben precise motivazioni e, sopratutto, degli obiettivi da perseguire. Sembra un gioco da ragazzi, ma non è proprio così. Con l’aiuto di qualche esempio, viaggiamo nel mondo seriale per parlare di cattivi.
Armatevi fino ai denti, guardatevi attorno con circospezione e partiamo: andiamo a caccia di Villain.
SUPERCATTIVI CON SUPERPROBLEMI
Partiamo dai supereroi sul piccolo schermo. Gli antagonisti nati sulle pagine dei fumetti hanno alcuni tratti caratteristici, uno su tutti: l’estetica. Il cattivo ha una propria “divisa”, come l’eroe (a volte esattamente con colori invertiti o con cromature leggermente differenti da quelle della sua controparte, giusto per rendere l’idea del fatto che i due siano ai lati opposti della barricata. Si pensi allo Zoom di Flash o al Bizzarro di Superman.) In tv questo aspetto è stato ammorbidito, sopratutto nel caso delle serie tv di casa Netflix, ma è pur sempre presente. L’aspetto conta eccome.
Altra peculiarità è quella dell’ossessione del villain nei confronti dell’eroe: l’ostacolo deve essere rimosso, il dualismo che connota la relazione buono-cattivo porta ad una costante macchinazione che contempla quasi sempre mettere fuori gioco l’eroe/eroina di turno. Due fulgidi esempi, a parer mio, di come si debba scrivere un antagonista degno sono il Kingpin di Vince D’Onofrio (Daredevil) e il Killgrave di David Tennant (Jessica Jones). Seppur in modo soft, la divisa d’ordinanza che nell’immaginario collettivo dei lettori di fumetti è associata a questi temibili criminali, è in qualche modo rimasta.

Le candide vesti di Kingpin (con tanto di spiegazione sulla scelta del colore bianco nella prima stagione di Daredevil) e il completo viola di Killgrave (niente pelle violacea in una serie tv pseudo-verosimile come quella di Netflix) sono lì a dimostrarlo. Ma non è tutto. Il background è solido e gli archi narrativi, anche tramite l’uso sapiente di flashback, ci consentono di capire il legame tra malvagio ed eroe. Le turbe psichiche che connotano il boss di Hell’s Kitchen ed il manipolatore mentale per eccellenza, non sono dei vezzi utili solo a dar colore ai personaggi ma sono profondamente intrecciati nell’evoluzione, nel comportamento e negli scopi che si pongono questi personaggi. Cattivi non si nasce ma si diventa, quindi.

Un’altra nota di merito da parte degli sceneggiatori da evidenziare consiste nell’aver tenuto in considerazione l’aspetto sentimentale in maniera importante. Wilson Fisk non è sempre un macchina da guerra governata da un cervello sopraffino e Killgrave non è banalmente un sadico che si diverte a torturare persone a caso. Entrambi hanno legami amorosi, affettivi con altri Kingpin ha la sua Vanessa, KIllgrave vede in Jessica Jones un’altra persona “diversa” come lui, capace addirittura di resistergli. E non è tutto. Questi due “piccoli” elementi consentono non solo di regalare un briciolo di umanità ai due (elemento costante nei villain riusciti, come vedremo) ma al tempo stesso rappresentano due enormi punti deboli che il sapiente sceneggiatore riuscirà a far emergere nel corso degli eventi.
Non da ultimo, avere due grandi attori a vestire i panni di due cattivoni aiuta e non poco…quasi sempre.
Il caso Luke Cage è emblematico. Pur potendo contare su due attori di livello come Mahershala Ali e Viola Davis, la scrittura non li valorizza abbastanza, rendendo il primo poco temibile ed efficace (paradossalmente concentrandosi più sul background che sulle effettive capacità di manifestare quel conflitto che è il motore della storia) e facendolo fuori a metà stagione (proprio quando poteva svilupparsi il suo personaggio), e creando la seconda come un villain semi-onnipotente, capace di manipolare con estrema facilità decine di persone.
DALLE STELLE ALLE STALLE
Spostiamoci nello spazio siderale per qualche momento, abbandonando uomini con superpoteri. Possiamo trovare dei cattivi “stellari” anche nelle serie sci-fy? Certo. Non necessariamente deve essere un temibile alieno o chissà quale entità misteriosa, a volte il villain più efficace è un uomo debole (rieccoci con i lati umani, chiave per lo spessore di un personaggio). In Battlestar Galactica esiste veramente qualcuno che non si ricorda di Gaius Baltar?

Un personaggio che viene subito presentato come sopra le righe e che, nell’arco delle cinque stagioni, conoscerà una serie di trasformazioni. Eccoci quindi ad un altro snodo centrale del nostro percorso: i mutamenti. Nulla vieta di far evolvere anche il cattivo, farlo soffrire per i propri errori, accentuando le debolezze che il background ci aveva fatto intravedere. Profondamente intelligente ma contemporaneamente vulnerabile, Baltar è in costante conflitto in primo luogo con sé stesso ed è questo a rendercelo affascinante.
A volte, però, le trasformazioni non sempre vengono gestite al meglio, spesso e volentieri quando finiscono per essere delle vere rivelazioni estemporanee. Un esempio? Il capitano Lorca (Star Trek Discovery). Presentata come figura ambigua, un uomo che si sporca le mani per la Federazione pur di vincere la guerra e con una bizzarra passione per le armi, finisce per divenire nelle ultime puntate un cattivo da operetta: sguardo truce, giacca di pelle nera e andiamo ad ammazzare tutti i ribelli. La rivelazione della vera natura di Lorca è gestita in maniera pessima e tutto il grigio che aveva connotato il personaggio si trasforma in un nero da cattivone dei cartoni animati. Male, malissimo.

CATTIVI MACHIAVELLICI
Un’altra categoria di antagonisti che trovo sempre foriera di grandi personaggi è quella dei c.d. cattivi machiavellici. Menti sopraffine, acuti osservatori della realtà, abili politici, questi antagonisti riescono a rappresentare una segna sfida per gli eroi.
Breaking Bad ci ha regalato uno dei suoi più illustri rappresentati, quel Gus Fring che calcola ogni mossa per mantenere segreta la propria identità di boss criminale e per garantirsi la supremazia nel commercio della droga.

Sempre molto controllato, dall’aria compassata e sorridente in superficie, in realtà nasconde una brutalità che, seppur breve, quando si scatena è impressionante. Ha qualche tratto in comune con i cattivi da fumetto, pensate tratti iconici come un particolare modo di vestire ed una intelligenza talmente superiore alla media oltre ad essere l’altra faccia di Walter White. Quasi superfluo è evidenziare l’importanza del suo passato (che è avvolto nel mistero se non per un tragico evento) nella costruzione del suo personaggio.
In questa gara tra cervelloni non poteva certo mancare Re Egbert (Vikings). Intelligente, elegante, con una certa lussuria mal celata, filosofo, il Re della Wessex è una delle figure più riuscite di Vikings. La scrittura ha esaltato molto spesso le somiglianze con il protagonista, Ragnar, tanto da creare un rapporto di rispetto reciproco tra i due leader. Il salto temporale della seconda parte della quarta stagione della serie ha consentito agli autori di mostrarci addirittura un Egbert invecchiato, che perde colpi ma che al tempo stesso, nelle battute finali della sua esistenza, ci da’ prova di un’ultima mossa geniale. Un gran villain, non c’è che dire.

Da ultimo, ma non per caratura, merita di esser nominato anche un terrorista molto umano (e senza scrupoli al tempo stesso), quel Mousa Bin Suleiman (Jack Ryan) che mi ha molto impressionato. Cresciuto nel disprezzo di essere straniero in terra straniera, impossibilitato ad integrarsi, cede al lato oscuro e utilizza la via del terrore come principale fonte di un riscatto personale che nella retta via non riesce ad avere.

Ha una famiglia che ama (rieccoci con il fattore umano, sempre presente in ogni cattivo che si rispetti, come potete vedere) e riesce a scindere (quasi) la sua crociata (molto poco sentita religiosamente quanto più motivata dalla rivincita del proprio ego) e i momenti di intimità. Il suo punto debole è proprio il lato familiare e Ryan saprà sfruttarlo.
BETTER CALL A VILLAIN
Alla fine di questo piccolissimo excursus e di qualche esempio, occorre tirare le somme per poter arrivare a determinare quale sia il “villain perfetto” o, quantomeno, quali siano le vere caratteristiche imprescindibili per catalizzare l’attenzione dello spettatore ed essere la minaccia costante (palese o sommersa) per le sorti dell’eroe protagonista o per i suoi cari. Aspetto umano, un background solido, una trasformazione (purché gestita bene) sono alcuni tra i perni centrali. Anziché procedere con una asettica elencazione od una fredda disamina vi lascio con quello che è, a parer mio, uno dei villain che riassume più di tutti i tratti che deve avere un antagonista con la A maiuscola:
Signori, Chuck Mc Gill (Better Call Saul)

Un brillante avvocato, uno tra i migliori, eppure molto vulnerabile. Ma non facciamola così semplice. La relazione con il fratello è di amore-odio, a suo modo si prende cura del futuro Saul Goodman ma al tempo stesso non può consentire che una persona geneticamente tendente all’imbroglio, alla truffa, percorra la stessa strada che ha percorso lui, tra mille sacrifici. Non può ammettere che il fratellino amato e apprezzato da chiunque abbia modo di farci due chiacchiere, possa anche solo lontanamente offuscare per un attimo quel palcoscenico che gli è costato anni di studio. Il malessere ed il tormento che corrono il suo animo e lo avvelenano pian piano si uniscono ad una solitudine di fondo che porta anche una mente eccelsa come la sua ad avere un crollo, tramutatosi in disturbo ossessivo compulsivo misto ad una forma grave di ipocondria. Il ritmo lento e cadenzato di Better Call Saul esalta un personaggio del genere che non viene mai visto sotto un’unica luce ma analizzato su lenti differenti. In un’ottica Pirandelliana, ci sono tanti Chuck (quello protettivo nei confronti del fratello, l’egocentrico, il vendicativo, il malato) e nelle varie puntate finiamo per odiarlo e, contestualmente, empatizzare con lui. Il suo comportamento ed il fantasma del suo personaggio anche quando non sarà sullo schermo, è uno dei fattori fondamentali che portano a trasformare un abile affabulatore come Jimmy McGill in un avvocato sopra le righe senza scrupoli come Saul Goodman. Apporto alla trama principale e alla trasformazione dell’eroe ma non solo. Profonda caratterizzazione composta da una stratificazione di peculiarità ed esperienze che lo rendono uno tra i “cattivi” più profondi del panorama televisivo. Ecco come si scrive un grande villain.


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