Lucca Comics.
Ancora una volta regala emozioni uniche, perle rare da conservare e ricordare con un sorriso.
Cosa c’è di più bello di trovare altre persone che condividono la tua stessa passione e scambiarci quattro chiacchiere? Poco importa che si tratti di serie tv, cartoni animati, lego, manga, fumetti, videogames. C’è scambio, iterazione e tante risate. Non solo stand, acquisti e convegni (tra l’altro ho avuto il piacere di sedermi sul divano di Will di Stranger Things attorniato dalle lucine con alfabeto e ho corso nei panni di Flash tramite il Playstation VR).
Già il solo camminare tra la folla è un evento unico. Un enorme paese dei balocchi per tutti, un coacervo di fan che si trovano e ritrovano. Quante volte capita di assumere la classica espressione stupita seguita da un Noooo! quando si intravede all’orizzonte un cosplay di un personaggio che conosciamo! Quanto valore ha lo stupore negli occhi di un bambino mentre vede i suoi eroi sfilargli davanti o quando scatta una foto insieme a loro? Che gioia immensa regala la domanda: “posso farti una foto?” da parte di un passante ad un cosplayer che ha impiegato la propria inventiva, tempo e denaro per diventare, per un giorno, qualcun altro?
Lucca Comics è questo e non penso ci sia qualcosa di paragonabile. Non ci sono squadre, non c’è una competizione vera e propria ma solo un continuo sgranare gli occhi per tutto il ben di dio che ci appare innanzi. Non si tratta di essere “nerd” o meno ma solo di avere, a prescindere dall’età anagrafica, ancora un piccolo bambino in noi che incomincia a saltellare sentendo una sigla o vedendo il suo eroe. Grandi, piccini, persone in là con gli anni: nessuno è escluso. Incontri e conversi con gente che non avresti incrociato altrimenti. Ho visto un padre Stormtrooper accompagnare per mano il figlio, un piccolo Darth Vader. Ho visto una signora vestirsi da fata madrina di Shrek (identica, tra l’altro) ed un intera famiglia travestita da eroi della DC. Potrei continuare per ore ad elencare le meraviglie che possono vedersi a Lucca in quei giorni magici.
Unione è la parola chiave. Le passioni uniscono, non creano muri e a volte basta uno sguardo che dice: “anche tu…?” Un cenno di intesa, un complimento e la giornata prosegue in una continua scoperta.
Così è trascorsa la mia 4 edizione consecutiva da cosplayer, omaggiando stavolta il Dodicesimo Dottore impersonato dal grande Capaldi. Essere cosplayer non richiede solo un lavoro (che può essere maggiore o minore) di ricerca del vestiario, trucco, oggettistica ma comporta anche una interpretazione del personaggio di cui, letteralmente, ci mettiamo nei panni. Non a caso il termine cosplayer, stando alla cara Wikipedia, è originata proprio dalla fusione delle parole inglesi “costume” (costume) e “play” (gioco o interpretazione),indicando la pratica di indossare un costume che rappresenti un personaggio riconoscibile in un determinato ambito e interpretarne il modo di agire. Essendo l’ultimo anno (rimanendo solo un episodio) per il 12 Dottore, la scelta era quasi obbligata, rappresentando un personaggio fantastico (malgrado qualche passo falso di sceneggiatura di Moffat, assieme a grandi episodi ovviamente). Tra l’altro ho incontrato altre due versioni di 12, uno munito di chitarra ed uno in giacca di velluto rosso in pieno stile Heaven Sent. Grandissimi.
Ho parlato con ragazzi e ragazze simpaticissimi che, con me, condividono quel disturbo mentale noto come Whovianesimo. Ed è questo il bello.
Il momento clou si è avuto quando un ragazzino si è avvicinato al nostro gruppo e, dopo aver scattato la foto di rito, ha continuato a farci domande. In questo modo abbiamo trascorso un’oretta, parlando del più e del meno, con continui riferimenti al Dottore.
Al momento di salutare uno di noi fa i complimenti ai genitori per come stanno crescendo il figlio.
Al che la madre:”Vedendo voi comincio a preoccuparmi”.
Ma è davvero un problema rimanere un po’ bambini?

No, direi che non è affatto un problema. Anzi, è il segreto per l’eterna giovinezza 🙂
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