In ritardo di un anno, finalmente mi sono deciso a concludere la recensione di Stranger Things. Non è la serie del secolo, né un capolavoro indiscusso ma è estremamente godibile. Vediamo perché.
Non è semplice spiegare i motivi per i quali sia la prima che la seconda stagione mi siano piaciute oltremodo costringendomi a stringere i tempi e finirle tutte d’un fiato. Ho aspettato un anno per buttare giù qualche riga, col timore che la seconda stagione non fosse all’altezza della prima.
Fortunatamente ancora una volta mi sbagliavo.
UNA SERIE SIMPATICA
Come iniziare, dunque, una recensione di Stranger Things? Un esempio che potrebbe aiutarmi è questo: guardate la foto di uno dei giovani protagonisti, Dustin Henderson. Paffutello, sdentato, nerd. Non saprei descrivere il motivo preciso però mi ispira simpatia.

Per Stranger Things accade qualcosa di simile. Ha diversi pregi ma non è un capolavoro in nessuno di essi. Eppure mi ispira simpatia. E’ una serie che gioca molto (se non tutto) sul fattore nostalgia con un ricco citazionismo della cultura pop anni ’80: dalla musica dei Clash alle prime Atari, passando per Dungeons and Dragons e per i grossi e neri walkie talkie. Benché sia nato ormai sul finire degli anni ’80, posso dire di averne vissuto una parte (non credo che i costumi possano mutare allo scattare di un nuovo decennio ed i primi anni 90 hanno molto in comune con i fantascientifici anni 80). L’impronta della fantascienza si fa sentire: nel classico paesino circondato da un bosco (tradizionalmente elemento ricco di mistero. Inutile dire da dove derivi il soprannome Bosco Atro/Mirkwood ), abbiamo un gruppo di giovani ragazzini che si imbattono in qualcosa di più grande di loro.

Ma non sono i soli, trovandosi invischiate anche le vite di tre adolescenti, di una madre ansiosa (ma nella nostra storia, ha ben ragione di esserlo!) e di un poliziotto con una tragedia familiare nel proprio passato. Il ruolo di villain, come da tradizione in questo genere di pellicole (non ditemi che sono l’unico che negli anni 90 – anche grandicello a dire la verità – guardava su rete4 quei classici teen-movie fantascientifici la domenica mattina o durante l’estate), è ben definito, essendo incarnato dai “bad guys”, un gruppo di scienziati collegati alla CIA (a capo dei malvagi scienziati, che ricordano moltissimo gli spietati studiosi di E.T. con le loro tute bianche, c’è il buon Matthew Modine che dopo The Dark Knight Rises continua ad impersonare personaggi decisamente antipatici. Per me rimarrà comunque sempre Joker di Full Metal Jacket). Personaggi stereotipati? Certamente ma in una serie che fa dello stereotipo un proprio caposaldo, non è un difetto, purché si comportino secondo il loro carattere.

GRAN RITMO E NESSUNA NOIA
La serie è tutta qui. Basta per intrattenere? Si. E parecchio. In 8 episodi (9 per la seconda stagione) non c’è spazio per filler, per divagazioni con sottotrame che servirebbero solo per allungare il brodo. E’ un invito al binge-watching, poco da dire. Vi sfido a farvi “durare” la serie per più di una settimana. La trama della prima stagione corre spedita e la tensione rimane sempre costante, conducendoci ad un finale che lascia ovviamente aperto tutto alla imminente seconda stagione ma che risolve le questioni più urgenti della prima. Potrebbe benissimo essere intesa come serie autoconclusiva con un finale aperto.Con la seconda si aprono nuovi scenari eppure non vi è niente di stantio o di già visto e riesce ad eguagliare, per me, la stagione precedente.

MERAVIGLIOSAMENTE INGENUA
La bellezza di questa serie sta nella sua ingenuità di fondo, propria di quel cinema e di quella televisione che essa stessa cita in continuazione in ogni frame. C’è il lieto fine, ci sono i siparietti, ci sono le amicizie sincere e pure dei ragazzi, ci sono le prime cotte. Insomma, ci sono tutti quegli ingredienti che mi fanno stare bene e trascorrere in maniera spensierata un’oretta. Ho sempre avuto una predilezione per questo genere di storie (ah, i teen-movie che guardavo d’estate e che mi facevano vivere avventure molto lontane dalla banalità quotidiana) ed in Stranger Things trovo tutto questo sapientemente amalgamato.
Quanto ai dati tecnici, nulla da dire. La regia è pulita, ricalcando diversi film simbolo degli anni ’80 e, sopratutto durante le scene degli esperimenti scientifici e nel sottosopra è molto suggestiva. Quanto al ricorrente citazionismo registico, non lo considero un problema, anzi. Permette di calarsi ancora di più in quel contesto così – ahimè – ormai lontano. La fotografia leggermente sporca è anch’essa di livello. E il cast? Perfetto. Scelte indovinate per ogni ruolo e per ogni caratterizzazione. Menzione speciale è d’obbligo per la vera protagonista della serie, la giovane ma davvero in gamba Millie Bobby Brown (che per la presenza scenica pare avere decenni di esperienza alle spalle) ed in generale il gruppetto di piccoli nerd alla ricerca del loro amico, Willie, scomparso misteriosamente.

Breve serie, breve recensione quindi.
Stranger Things è consigliato a tutti, in particolare a chi è talmente ingenuo da pensare che una banda di giovanissimi possa tenere testa a servizi segreti e ad orrende minacce provenienti da dimensioni misteriose.
Si, io sono uno di questi sognatori, non svegliatemi, vi prego.
P.S. Tutto ha un sapore anni ’80. Anche il rapporto sceriffo-piccolo alieno. Ed ‘ subito “uno sceriffo extraterrestre”.
P.S. 2 Della combriccola, probabilmente il ragazzino che mi assomiglia di più è il mitico Lucas (che grazie al cielo ha avuto più spazio nella seconda stagione).
P.S. 3 Steve è il personaggio con la evoluzione più interessante, questo è poco ma sicuro. Menzione d’onore per Bob interpretato da quella faccia nota che porta il nome di Sean Austin.


Rispondi