Ex Machina apparteneva alla schiera di film di cui avevo sentito parlare un gran bene ma dei quali, per pigrizia o per mera diffidenza, avevo evitato una visione in sala. Spuntato all’improvviso sul catalogo Netflix di fine giugno, non ho avuto più scuse: dovevo guardarlo.
E ho fatto bene.
Un film, diretto da Alex Garland, che si rivela essere molto acuto parlandoci di intelligenza artificiale e anche della nostra, di intelligenza.
In un futuro che assomiglia tremendamente al giorno d’oggi ,un giovane e brillante programmatore vince un concorso per trascorrere sette giorni col capo della sua azienda.

Che non è una persona qualunque. Ma il fondatore di Blue Book, una Google ante litteram, per intenderci, opera magna di questo incredibile “Mozart dell’informatica”. Costui è interpretato da un Oscar Isaac davvero superlativo che già con la mera presenza ci turba dato che non riusciamo a stabilire se sia un burbero genio, un sadico alcolizzato o un creatore pianificatore.

Questo super-uomo vive isolato dal mondo in un lussuoso appartamento/centro sperimentale isolato da tutto e tutti. Ed è proprio qua, in questa sorta di Eden dove tecnologia e natura arrivano a stretto contatto, che si consuma una vicenda che ci mette a confronto con Ava (la cui pronuncia è molto simile a Eva non a caso), una intelligenza artificiale mai vista. Mai vista perché prova emozioni e mai vista perché non ricordo un robot aggraziato come quello impersonato da Alicia Vikander, che si muove quasi impercettibilmente a scatti mentre solleva delicatamente la mano come se fosse in un passo di danza classica. Il compito del protagonista, impersonato dall’ottimo Gleeson (che è colui nel quale si identifica lo spettatore) è effettuare il celebre test di Turing, mettendo alla prova la creazione del suo datore di lavoro. Ma forse non è tutto come sembra…

Scritto in maniera magistrale, riesce a tenere incollato allo schermo lo spettatore, malgrado tutta la vicenda si svolga essenzialmente al chiuso, in un misterioso centro di ricerca immerso in una verde e fredda natura. E’ proprio l’atmosfera che rappresenta il pezzo forte di questa perla. Gli interni futuristici, meravigliosi eppure tremendamente asettici. La natura, con le sue cascate e i grandi alberi, togli il fiato ma nasconde una certa indifferenza, quasi ostilità, verso l’essere umano che immerso in essa diventa una piccola formica. E così le musiche, dosate nota dopo nota, ci danno la sensazione che qualcosa stia accadendo seppur ci giriamo confusi, come il protagonista, tra i corridoi e le sessioni con Ava. Cos’è dunque l’intelligenza artificiale? Una copia di noi stessi? Ha una sua anima ed è ingenua? E se fosse modellata su quello che noi siamo, quali sarebbero i risultati? Cos’è l’uomo rispetto alla macchina?

Per tutta questa serie di motivi non posso che consigliare una pellicola del genere, sopratutto agli amanti della fantascienza. Come clima e atmosfere è molto vicino ad un vero e proprio thriller psicologico. Dimenticatevi Io Robot (film sul quale Asimov da qualche Galassia lontana si sarà fatto grasse risate) perché l’azione in Ex Machina non c’è. C’è però molto pensiero. E non per via di dialoghi lunghi e tediosi (che invece sono misurati al punto giusto) ma attraverso sguardi e ciò che non viene detto, anche da Ava.
Ex Machina ci parla del Deus, del creatore che risolve all’improvviso una situazione senza apparente soluzione. In questo caso quello che dovrete chiedervi è chi sia questo essere: il creatore geniale o la sua creatura robotica? La scrittura magistrale ci pone tutta una serie di domande alle quali non è banale fornire una risposta. Non abbiamo personaggi buoni o cattivi ma ognuna delle tre pedine si muove in maniera perfettamente coerente con quello che è e non per quello che sembra.

Per concludere, non posso che esortarvi a concedervi poco meno due ore del vostro tempo e ad essere pronti voi stessi ad effettuare il test di Turing.
Sarete ingannati o no?
P.S. Molto forte la critica anche contro i Big Data e l’utilizzo che se ne fa all’insaputa dei titolari dei dati. Certo, se in futuro questo consentisse ciò che è descritto nel film, sarebbe un nuovo inizio (o la nostra fine, a seconda dei punti di vista).
P.S. 2 Meno male si pronuncia “Eva” e non Ava. Altrimenti ogni volta che veniva nominata, anziché pensare all’affascinante robot, avrei avuto in mente Calimero col suo “Ava come lava”.



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