C’erano tutte ma proprio tutte le premesse per un film non riuscito.
Un personaggio che fa del mistero delle sue origini uno dei suoi tratti fondamentali, una interpretazione già leggendaria di soli 11 anni fa, una continuity completamente andata in malora in casa DC, un regista che non aveva sfornato chissà quali capolavori nel genere drammatico.
E invece il Joker di Phillips stupisce e ti cattura. Merito di un film che complessivamente funziona e di una prova attoriale mostruosa di un Phoenix che forse ci ha regalato l’interpretazione della carriera.
E’ un capolavoro? E’ davvero uno dei film più importanti della storia del cinema? E’ pretenzioso? E’ un cinecomic?
Piano con le domande, mettetevi comodi nella vostra stanza buia e preparatevi a lasciare da parte la vostra serenità e spensieratezza. Joker è un viaggio nell’abisso di un uomo, una discesa agli inferi lineare quanto inevitabile, una escalation che ci regala il Villain fumettistico per eccellenza.

CAPITANO TUTTE A LUI
Why always me? mostrava la scritta sotto la casacca il buon Mario Balotelli nell’esultare ai tempi del Manchester City. Bè, forse, quella maglia dovrebbe indossarla il problematico Arthur Fleck, sfortunatissimo cittadino di una Gotham che viene percorsa nelle sue arterie stradali, costeggiate da sacchi dell’immondizia e ratti (giganti?), da violenza, insofferenza e un divario tra le classi povere e i benestanti. Il clima, insomma, non è dei migliori e l’egoismo dilaga imperante. L’unico fattore che accomuna tutti è quello della insoddisfazione, unico vero leitmotiv che unisce una popolazione che odia l’altro, il diverso. E così, se una baby gang si diverte maltrattando un povero disgraziato che fa la mascotte davanti ad un negozio di dischi, nessuno fa nulla. Anzi, c’è da perdere il lavoro. E se ormai i fondi statali in tema welfare sono tagliati drasticamente, tutto quello che dice la psicologa del bizzarro Arthur é che a nessuno importa niente di loro. Alla violenza si risponde con la violenza, mica con l’empatia ed il dialogo. Meglio avere una pistola sottomano, questo è il consiglio di un collega di Arthur. Una arma che, prima ancora di sparare un singolo colpo contro una persona, è il motore dell’ultima caduta di Arthur fino al suo decesso (figurato) ed alla rigenerazione in Joker.

Forse a livello di sceneggiatura si è calcato troppo la mano sulle disgrazie continue che permeano ogni secondo dell’esistenza di Arthur. Non era necessario farlo malmenare da chiunque visto anche il suo passato turbolento e traumatico. Sta di fatto che Phillips riesce nella prima parte, forse un poco troppo lenta a carburare ma si tratta di preferenze personali, a presentarci un quadro disastroso di Mr. Fleck le cui uniche speranze sono rappresentate da un presentatore televisivo gigioneggiante, il Murray di De Niro, e un Thomas Wayne che, pur con tutte le buone intenzioni, non sembra capire a pieno la portata dei problemi che attanagliano la sua città.
La trama è lineare con qualche piccolo colpo di scena ma non è certo l’intreccio ad essere il protagonista della pellicola. Qualche forzatura di troppo? Eccessivamente prevedibile? Probabilmente sì. La narrazione si incentra su un solo personaggio ma va anche detto che, quando hai ad interpretarlo un mostro sacro, non puoi fare altro che mettere tutto il film al suo servizio…
UNA FENICE CHE RIDE
A Joaquin Phoenix Phillips ha dato via libera: vai e fai quello che vuoi. Non la trovo una colpa, anzi. Rimanendo sempre in ambito calcistico, il buon Rjikaard certo non imbrigliava un genio come Ronaldinho in stretti dettami tattici: vai e fai quello che vuoi, appunto. Il regista (o l’allenatore) dà solo un recinto di massima entro il quale il suo pupillo può scatenarsi. Se all’inizio non riuscivo a capacitarmi di come potesse, anche solo lontanamente, somigliare al Joker fumettistico, col passare dei minuti subdolamente, senza che me ne accorgessi, non vedevo più sullo schermo un attore interpretare il folle clown nemesi di Batman ma era il Joker in carne (poca) e ossa (più che visibili) a fare capolino pian piano nella sala buia. Raggomitolato su sé stesso, contorto dentro e fuori (la sua stessa danza, già cult, si basa su continue contorsioni dei polsi alla Patty Pravo), con quella risata isterica priva di gioia, il suo Fleck perdente è un personaggio memorabile, poche storie. E proprio come la Fenice che figura nel cognome del nostro Gioacchino, Arthur nel finale risorge ma in altre vesti. Abbraccia la malattia mentale, capovolge i suoi schemi e abbandona tutto quello che lo poteva ancorare al passato e, di fatto, alla realtà.

Come diceva il Joker nolaniano “la follia è come la gravità, basta solo una piccola spinta” e così le gocce che fanno traboccare il vaso della sanità mentale (quella poca rimastogli) cominciano ad essere troppe per lui. The Killing Joke, graphic novel capolavoro che personalmente adoro, che rappresenta una delle fondamentali ispirazioni per questo Joker come anche per la versione nolaniana del Cavaliere Oscuro aveva ben illustrato il ruolo della follia, la straniante consapevolezza del giullare di aver abbracciato un mondo dove a decidere di cosa ridere è solo lui: “I ricordi sanno essere infami, repellenti piccoli bruti. Come i bambini, suppongo. Ah, ah. […] Ma possiamo vivere senza di loro? I ricordi sono ciò su cui si fonda la nostra ragione. Se non riusciamo ad affrontarli, neghiamo la ragione stessa! D’altra parte, perché no? Non siamo legati alla razionalità per contratto! Nessuna clausola di sanità mentale! Perciò, quando ti ritrovi avviato lungo binari difficili, diretto verso luoghi del tuo passato in cui le urla si fanno insopportabili, ricorda che c’è sempre la follia. La follia è l’uscita di sicurezza… Permette di farsi da parte e di richiudere la porta su tutte quelle cose terribili che sono successe. Di rinchiuderle… per sempre”.
Il Joker vero e proprio non lo vediamo all’inizio ma assistiamo gradualmente alla sua metamorfosi, al passaggio da una persona insicura e consapevole delle proprie problematiche ad una che, semplicemente, non si cura più di nulla. Non gli importa di un movimento di protesta, non gli importa di essere braccato, non gli importa dei sorrisi della platea. No, ora c’è solo lui. Ed il portamento ingobbito e tremolante che aveva caratterizzato il Fleck di Phoenix per buona parte della pellicola lascia il posto, nell’atto finale, ad un nuovo personaggio che vive una epifania distorta, malata, sanguinaria. La scrittura fa il suo lavoro senza grandissimi guizzi, è la profonda fisicità di Phoenix con i suoi occhi magnetici e il tormento che connota ogni atomo del suo Fleck a costituire il 90 percento del film. E’ quasi superfluo dire che se non è una interpretazione da Oscar questa, si possono pure chiudere i battenti dell’Academy.

OMAGGI E INFLUENZE
Non sono pochi i riferimenti a pellicole passate, neanche a farlo apposta di quello stesso Scorsese che si è scagliato contro i cinecomic pochi giorni fa. Lo spirito di Taxi Driver aleggia, più che sulle strade sudice di Gotham, dentro l’angusto anfratto in cui sopravvive Fleck e sua madre. La solitudine porta ad immaginare cose che non esistono e a dar credito a persone affette anch’esse da disturbi. O forse no. Il dubbio ci rimane ma, alla fine, è davvero così importante avere tutte le risposte? La metropolitana di Gotham torna protagonista (dopo il tentativo genocida di R’as al Ghul in Batman Begins) con inseguimenti e violenza, alcune inquadrature ricordano il Cavaliere Oscuro e la stessa superba colonna sonora è tributaria dei lavori zimmeriani della trilogia nolaniana. Il tutto però mantiene una sua identità. Attinge senza plagiare, cita senza abusare, omaggia con rispetto tenendo la barra dritta sull’unico protagonista in campo: Joker.
La fotografia (notevole) segue di pari passo l’umore di Fleck ed i toni improvvisamente acquistano vivacità quando quella “uscita di sicurezza” chiamata follia viene imboccata dal disgraziato personaggio principale.
CAPOLAVORO?
E’ difficile capire quale sia il confine tra “filmone”(perdonatemi il termine) e capolavoro. Sicuramente, tra la marea di cinecomic (per me lo è. E’ tratto da un fumetto? Si. Ergo è un cinecomic. Punto.) che si affastellano nelle sale (con un lieve calo nel post Endgame), Joker svetta insieme a illustri compari quali il Cavaliere Oscuro e Logan.
Il suo punto di forza è il suo più grosso limite: puntare tutto sull’evoluzione (verrebbe da dire involuzione) Fleck – Joker. Phoenix cannibalizza chiunque compaia con lui a schermo anche se chi si trova accanto porta il cognome De Niro. Tutti i personaggi secondari rimangono sullo sfondo, sfuocati come le idee malsane di Joker. La fumettosità che rimaneva nel magnifico dualismo anarchia – ordine nel Cavaliere Oscuro lascia il posto ad un contesto ancora più realistico, aprendo le porte alla nascita della nemesi jokeriana in un inversione dei ruoli generatore – generato rispetto alla pellicola di Nolan. Joker sarà, secondo me, un film cult che rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo ma questo, con tutto l’apprezzamento che posso avere per tale profonda opera di Phillips (caratterizzata da molte singole scene iconiche e simboliche), ritenerla uno dei 10 film più belli della storia del cinema mi sembra un “tantino” esagerato. Non necessariamente tutto deve essere suddiviso in capolavori irripetibili e filmati di quart’ordine, esistono tante vie di mezzo. E questo Joker lo collocherei là, nella mia personale categoria “filmoni”. Non è un film perfetto e non lo ritengo un pilastro della cinematografia mondiale però è un’opera d’arte che, all’uscita dalla sala, ti lascia qualcosa. A differenza di molte altre pellicole, su questa torni a ripensarci anche tempo dopo. E scusate se è poco.
Una postilla mi sia consentita sul possibile sequel. Sono profondamente dilaniato dall’ipotesi di un seguito. Il film si regge benissimo da solo come stand-alone ma, in tutta sincerità, non so quanto darei per vedere di nuovo in scena il Joker di Phoenix contro Batman. L’uno non può esistere senza l’altro, sono due facce della stessa medaglia, entrambi traumatizzati, entrambi hanno abbracciato una loro follia personale. Occorrerebbe una lavoro sopraffino di sceneggiatura per cercare di mantenere un tono “realista” ed introspettivo pur tirando in ballo il Cavaliere Oscuro. Quello che è certo è che alla Warner hanno una bella gatta da pelare. Lasciare in panchina Joker e fare una serie di film su Batman (affidati alla regia di Reeves) con una continuity tutta sua? Legarli indirettamente al Joker di Phillips? Oppure tenerli imbrigliati all’ormai sempre più informe universo cinematografico condiviso, tenendo presente che ospiterebbe un altro Joker (purtroppo riuscito male), interpretato da Leto? Sono bei problemi.
Quello che non vorrei sono altri film in “solitario” di Joker. Il Villain ha bisogno dell’eroe con cui confrontarsi, passi per un film di “origini” ma proseguire con altre pellicole aventi solo Joker sarebbe, secondo me, un grandissimo errore. Quasi quanto quello di provocare un comico fallito vestito da clown. Che non ha bisogno più di una maschera per apparire tale perché Joker, ormai, gli è “entrato nella pelle”.
E se vedete qualcuno danzare come Patty Pravo lungo una scalinata (metafora della discesa agli “inferi” in una danza macabra nella sua folle allegria) con un trucco da clown e vestiti sgargianti, cominciate a correre.
Ha un senso dell’umorismo tutto suo, meglio stargli lontano. Il Joker è meglio non incontrarlo di persona.
Per quello c’è Batman.


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