Questa non sarà una recensione.
Dark stagione 2 semplicemente si conferma sui livelli altissimi della prima stagione. Qualche new entry e dei graditi ritorni dei volti noti della prima stagione contribuiscono a farci stupire in continui paradossi temporali per tutti e gli otto episodi.
Una serie che poteva essere qualcosa di straordinario, frutto di un coraggio e di precise scelte stilistiche in fase di sceneggiatura e messa in scena, scivola negli ultimi 5 minuti, con un elemento che tecnicamente potrebbe scombussolare la costruzione sopraffina di un gigantesco puzzle di migliaia di pezzi.
Se non avete concluso la seconda stagione non proseguite oltre con questo articolo. Ritornate dopo, una volta che avrete compiuto il secondo pellegrinaggio televisivo nella Winden di oggi, ieri e domani.
Vi ho avvertiti, SPOILER
PALLE DA BILIARDO E PREVEDIBILITA’
Per tutta la serie finora siamo stati tempestati da un costante dogma: il passato non può essere cambiato. A voler essere precisi, potremmo specificarne il corollario: il passato è stato già cambiato. Qualsiasi azione intraprenderemo per cambiare quanto avvenuto in realtà non solo non impedirà quanto successo ma contribuirà alla realizzazione dell’evento che noi vorremmo impedire.
Questa particolare concezione del viaggio nel tempo non è certo invenzione di Dark.
Da The Time Machine, passando per l’Esercito delle 12 scimmie e – addirittura – per Harry Potter ed il Prigioniero di Azkaban fino ai più recenti Interstellar e Predestination.
Immaginate la linea temporale come un gigantesco anello. Malgrado Adam e Noah parlino di “cicli”, in realtà non ve ne sono. Il ciclo è uno. La sequenza di eventi che tendiamo a ricreare in linea orizzontale A causa B che causa C in realtà è più complessa e, quando ci sono di mezzo i viaggi nel tempo è probabile che, viaggiando indietro nel passato per impedire B, io stesso contribuisca a realizzare A che sarà l’origine di B e così via.
A tal proposito esiste il c.d. “Principio di autoconsistenza di Novikov”, che fornisce una soluzione ai paradossi temporali proprio ricorrendo alla concezione di base per la quale il passato è già cambiato. Celebre fu il suo esempio del biliardo, un esperimento (mentale ovviamente) che però enuclea perfettamente la forma mentis da adottare quando guardiamo prodotti ispirati alla autoconservazione temporale. Supponete di trovarvi davanti ad un bel tavolo da biliardo. Ci sono solo due buche, A e B. Aggiungiamoci una particolarità. Noah, Jonas o qualche altro viaggiatore del tempo hanno installato sotto al tavolo un marchingegno che permette di viaggiare nel tempo. La palla che finisce nella buca B torna indietro nel tempo per sbucare dalla buca A prima che la palla sia entrata alla buca B. Per pochi istanti ci troveremmo di fronte la seguente scena: una palla (P1) si appresta a cadere nella buca B (per tornare poi indietro nel tempo) mentre la stessa palla che è caduta in B poco prima esce dalla buca A (P2). Si potrebbe creare un paradosso. P2 bella fresca dalla sua uscita dalla buca A potrebbe colpire sé stessa (P1) impedendo a questa di cadere nella buca B e di conseguenza verrebbe meno la giustificazione dell’esistenza in quel luogo e tempo di P2! Il passato potrebbe essere cambiato e ci sarebbe un paradosso piuttosto grosso senza soluzione. Novikov però risponde: l’urto è causa ed effetto allo stesso tempo. P2 colpirà P1 proprio in modo tale che P1 finisca in buca con una data velocità e traiettoria e, di conseguenza, con caratteristiche di moto tali che uscendo dalla buca A (a causa del viaggio nel tempo) colpisca sé stessa facendo andare la palla del passato nella buca B e così via. Il loop è un circolo chiuso dove conseguenza e origine sono nello stesso istante: l’urto che manda la palla nel passato proviene dalla stessa palla nella sua versione futura!
Ebbene, tutti i singoli “paradossi” temporali della serie Dark sono basati su questo imprinting. La lotta di Jonas e Claudia (ma, se vogliamo, di chiunque abbia a che fare con i viaggi nel tempo) è una lotta vana. Qualsiasi azione intraprendano per cambiare ciò che è avvenuto non farà che causarlo perché il gigantesco loop include il loro intervento ( o le loro omissioni). Capite bene che ciò ha delle colossali implicazioni filosofiche non da poco: il libero arbitrio diventa ininfluente se lo intendiamo come motore per cambiare il destino. Le scelte ci sono e hanno delle conseguenze ma sono già state prese. Inizio e fine non sono quindi così distanti come giustamente ci viene ripetuto mille volte nei 16 episodi usciti finora di Dark.
Ora, reggere più stagioni in questo modo non è semplice.
Sotto certi aspetti, lo sceneggiatore di viaggi nel tempo, sopratutto se si attiene al principio di autoconservazione temporale, ha un approccio non molto dissimile da uno scrittore di gialli. L’evento finale (es. Apocalisse, es. nascita/morte di qualcuno) è conosciuto dallo spettatore e l’abilità dello scrittore è mostrare come si arriva a tale evento, dando l’illusione che ciò possa avere qualche conseguenza. La bravura di chi ha messo mano al copione di Dark è stata di fornire sempre soluzioni eleganti ed in un numero spropositato, se pensiamo a quanti personaggi siano coinvolti nel via-vai temporale dalle parti di Winden e le finestre temporali a disposizione.
La coerenza permette di chiudere ogni volta il cerchio ma la forza di Dark è anche il suo più grande limite: la prevedibilità. Lo spettatore non è stupido e dopo diverse puntate avrà intuito il “giochino”: il passato non si cambia, guardo i personaggi inseguire il loro fallimento. Proprio per questo avevo dei dubbi sulla tenuta, alla lunga, di una serie nel genere e, come neanche la miglior Claudia Tiedelmann, avevo previsto il futuro, per la precisione la seconda stagione di Dark.
Per dare imprevedibilità gli sceneggiatori hanno avuto la “brillante idea” di tirare fuori dal cilindro un elemento che cozza con tutto l’impianto creato sinora: le dimensioni parallele.
LE DIMENSIONI DEI BALOCCHI
Ho sempre considerato l’idea del multiverso come qualcosa di profondamente semplicistico che ha il solo fine di mischiare le carte e riproporre determinati personaggi in vesti diverse. Un paese dei balocchi dove tirare fuori qualsiasi cosa, anche la più assurda. Se ci pensate, nei fumetti si è abbondantemente ricorso a tale espediente. Dopotutto non costa nulla. Basta immaginare che sussistano mille dimensioni parallele alla nostra, creare un pretesto per collegarle e vai con supereroi profondamente cambiati, villain che in altre realtà sono buoni, gente morta che in determinati universi è viva e vegeta e così via. Giusto per capirci, il personaggio di Flash ci ha campato per anni in questo modo e la stessa saga Flashpoint (ripresa vagamente dalla serie televisiva) si basa essenzialmente su questo.
La domanda che mi pongo è: cosa c’entra con Dark?
L’entrata in scena di una Martha 2, quella proveniente da una dimensione parallela, pone due grosse problematiche.
- Fa parte anche lei del loop? Il suo intervento è un tassello indispensabile per lo svolgersi degli eventi? La risposta, se si vuole mantenere in piedi tutta la serie di Dark, non potrà che essere positiva. Se fosse possibile sconvolgere il passato con un intervento (e poco importa se proviene da una dimensione parallela, da Marte o da qualunque altro luogo), significa buttare alle ortiche 16 episodi.
- Le dimensioni parallele tra loro si influenzano. Quindi dovremmo ammettere che si viaggia nel tempo in almeno un’altra dimensione parallela e che, addirittura, in qualche modo da quelle parti sono riusciti a varcare i muri dimensionali e a salvare al momento giusto persone in procinto di morire. La serie non verrebbe spazzata via dall’incoerenza come in caso di risposta negativa del punto 1) ma barcollerebbe non poco. Vorrebbe dire chiedere allo spettatore una dubbia sospensione dell’incredulità: non solo si può viaggiare nel tempo ma, addirittura, esiste una dimensione dove in qualche modo hanno creato una macchina migliore della nostra e vengono a mettere le mani da noi. E non solo. A venire da queste parti è nientepopodimeno che un personaggio che è morto nella nostra realtà.
Qui occorre fare delle puntualizzazioni. Vedremo presumibilmente versioni alternative dei personaggi che conosciamo. Quelli dell’altra realtà, per intenderci.
Ma chi se ne frega, permettimi di dire. Che mi importa di vedere personaggi che hanno in comune solo l’aspetto e qualche caratteristica con quelli che ho seguito con i loro drammi in 16 puntate? Ammettendo le dimensioni parallele, le mie versioni alternative sono persone differenti da me e così le vostre ipotetiche versioni. Sono gli eventi a forgiarci quali siamo e le dimensioni parallele si caratterizzano per avere qualche elemento di diversità dalla nostra. Un mio simile in una dimensione parallela potrà avere il mio aspetto ma il modo di pensare ed esprimersi sarà, anche solo leggermente diverso. E’, di fatto, un’altra persona.
Attingere dalle dimensioni parallele significa prima di tutto buttare nella mischia nuovi personaggi. Mi chiedo: Dark ne aveva davvero bisogno?
Non era già appassionante pensare alle figure che abbiamo imparato a conoscere e al dispiegarsi degli eventi che contribuiscono a causare?
Forse, in casa Dark, si pensava che lo spettatore non si sarebbe stupito abbastanza ricorrendo sempre al solito schema: personaggio a cui accade A – viaggia nel tempo/subisce l’influenza di un personaggio viaggiatore – si verifica l’evento temuto B. E allora, forse, conveniva chiudere la serie in 2 stagioni o fare meno puntate, piuttosto che snaturarla mettendo in mezzo gente che ha il vestiario/capelli diversi da quelli noti.
IL PREZZO DELLA COERENZA
Il prezzo della coerenza di Dark era la prevedibilità. Gli eventi, per quanto disastrosi o giganteschi e difficili, che vediamo verificarsi non possono essere impediti. Tutta l’abilità di chi è dietro la macchina da scrivere è mostrare come si arriva a tale evento. Questo a costo di rendere tutto, ogni volta che il meccanismo si ripete, scontato (seppur sempre incredibile ad una prima visione) per spettatore che diviene sempre più avvezzo ai paradossi temporali. Anziché puntare coraggiosamente su quanto proposto in maniera sublime per 16 episodi, è stato deciso di cadere nella banalità del multiverso. Sono certo che la bravura degli sceneggiatori renderà avvincente anche la terza stagione ma questo piccolo grande cambiamento di prospettiva va a sporcare una serie che fino a 5 minuti dalla fine della 2×08 avrei definito capolavoro.
Per due stagioni ci sono stati presentati i complessi ingranaggi di un gigantesco orologio, stupendoci dell’architettura ingegnosa che porta anche i più lontani meccanismi ad influenzarsi a vicenda. Ora scopriamo che esiste (almeno) un altro gigantesco orologio con meccanismi simili ma diversi e che ha qualche leva che influisce sul primo. Peccato.


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