Vorrei potervi dire che questo film è il solito prodotto italiano che cerca di scimmiottare la filmografia d’oltreoceano senza riuscirci. Vorrei potervi dire che ci ritroviamo una sceneggiatura raffazzonata che parte da una premessa epica per andare non si sa dove. Vorrei potervi dire che la fotografia è pessima, alla “apri tutto” del Duccio di Boris. Vorrei potervi dire che i due protagonisti sono messi lì tanto per figura e non riescono mai a catturare lo schermo.
Vorrei potervi dire tutto questo perché sarebbe molto più semplice parlare de “Il primo re”. E’ molto più agevole demolire un prodotto, sopratutto se nostrano, quando punta in alto e osa, che riconoscerne i meriti.
Ma non ce la faccio.
Il primo re è un gran bel film, dotato di una carica epico-malinconica (strano connubio, non trovate?) che lo permea dall’inizio alla fine. Non indugia solo su simbolismi che potrebbero essere fini a sé stessi e stucchevoli ma avanza inesorabile con una narrazione che colpisce fino in fondo.
SOLI SUMUS
Siamo soli.
Questo è il leitmotiv di tutta la pellicola. Due fratelli, due perenni fuggitivi, un legame indissolubile. Eppure molto diversi, Romolo e Remo. Il primo è il più empatico, legato alle tradizioni e solidale col prossimo. Il secondo è un sopravvissuto, disincantato rispetto al culto degli Dei, cinico ma non del tutto privo, in fondo, di una superstizione che era parte di una cultura molto lontana da noi.
Il destino di Roma passa da loro due, lo sappiamo. Chi non ha mai sentito parlare della leggendaria fondazione della Città Eterna? Ed è questa la prima magia del film. Sappiamo già come andrà a finire, conosciamo bene il destino di una città che ancora non c’è in un Lazio paludoso e coperto da foreste che nascondono, tra le fronde di alberi appena feriti da qualche sparuto raggio di sole, pericoli ed imboscate. Sono sempre stato convinto che elaborare un prequel (in qualsiasi media) è un’operazione complessa. Quando poi si deve unire la leggenda ad una parvenza di storica verosimiglianza, tutto diventa incredibilmente delicato. L’opera di Rovere riesce a stare in equilibrio su questo filo teso, sfruttando il potenziale di una storia che pone le fondamenta di quella che sarà Roma ( e tutto ciò che non consegue), senza però tralasciare una analisi introspettiva dei due protagonisti.
L’epicità non è infatti solo ralenty. E’ qualcosa di più, scava più nel profondo. Sia chiaro, anche in questo film l’azione non manca ed il Remo guerriero di Borghi spacca lo schermo con una presenza scenica tale da far scattare una standing ovation. Ma non è l’azione il motore dell’opera quanto, invece, temi che mai mi sarei aspettato di trovare in un film italiano che parla della leggenda di Romolo e Remo.
Cos’è il potere e quanto può consumare? Qual’è il ruolo del culto? Chi è realmente il primo Re?
L’ascesa di due pastori che vengono travolti (letteralmente) da qualcosa più grande di loro nei primi secondi del film è resa in maniera tale da permettere allo spettatore di seguire passo dopo passo il loro viaggio e la loro evoluzione. Se il minutaggio dedicato a Remo è sicuramente superiore ed è volto a mostrare il cambiamento di un personaggio decisamente affascinante, ciò non significa che Romolo abbia davvero un semplice ruolo subalterno. I due sono complementari e Roma ne eredita entrambi i caratteri. Due piccoli uomini terrorizzati diventano il fulcro aggregatore di altri uomini terrorizzati. Ed allora il fuoco sacro diventa un simbolo, forse da non scacciare ma da accogliere e utilizzare come collante per una comunità che risponde alla paura di un mondo che non perdona niente. Accanto a loro un manipolo di guerrieri senza nome che, lungi dall’essere semplici abbellimenti dello sfondo, hanno un ben preciso ruolo. Non dimentichiamoci poi di lei, la donna più importante del film: la vestale che è voce degli Dei, un personaggio che nasconde una sua umanità malgrado il ruolo ufficiale che ricopre.

FANGO E SANGUE
Visi sporchi, scene truculente di Gibsoniana memoria, musica incalzante nei combattimenti, un Borghi infangato che urla alla maniera del sergente maggiore Barnes in Platoon, una lingua protolatina bisbigliata dai vari personaggi. Tutto questo è Il primo re che, seppur attinga da più o meno riconoscibili celebri fonti di ispirazione, ha una propria anima.
La fotografia è molto curata, capace di focalizzarsi sulle silhouettes – nelle luci verdi della foresta – di questi uomini barbuti e violenti che non possono permettersi di avere pietà. (o forse si?)
Alla povertà di mezzi (non parliamo certo di un colossale hollywoodiano) si è risposto con un approfondimento della psiche dei personaggi. Si è fatta di necessità virtù, potremmo dire. Ed è stata una scelta più che azzeccata.
Remo ha un che di protagonista shakespeariano, tormentato e scisso dall’affetto grandissimo per il fratello e quello per un potere che aveva visto sempre dal lato sbagliato. E sull’interprete, che dire? Alessandro Borghi ha un magnetismo tale da comunicare molto più con lo sguardo e la postura che con le parole. Si può ergere dalla melma urlando o camminare ingobbito e pieno di dubbi, rimane uno spettacolo da vedere. Ogni volta che entra in scena, si carica sulle spalle pelose il film e lo trascina con la sua possanza, come fa con il fratello ferito. Anche il Romolo di Alessio Lapice ha un suo percorso ben preciso che lo porterà dove sappiamo, seppur con una dinamica difficilmente intuibile ad inizio film (ed è questo il bello).
Il ritmo del film, che parte a spron battuto, rallenta nella parte centrale che, seppur molto introspettiva e funzionale all’epilogo del film, forse avrebbe potuto durare qualche minuto in meno.
Il finale, nella sua tragicità, miscela il dramma con l’epica, in un cocktail che incredibilmente funziona.
Un plauso anche alla colonna sonora, immersiva al punto giusto.
Non aspettatevi grandi battaglie campali con migliaia di comparse o riproduzioni di schieramenti immani in CGI, le sanguinolente scene di azione ci sono (ma non numerose come potreste immaginare) ma non sono il baricentro sul quale si regge il racconto. Un racconto che parla prima di tutto di due modi di intendere il mondo, di due destini che sono facce della stessa medaglia.

GRAZIE REMO
Mi immagino Venditti che al pianoforte adatta l’inno della sua Roma, al fratello guerriero di Romolo. C’è una bellezza anche nella sconfitta, anche nella debolezza psichica prima ancora che in quella fisica. C’è poesia e epicità nel caricarsi sulle spalle il destino di una persona che si ama come c’è grandezza anche nel prendere coscienza del proprio ruolo e fare, proprio malgrado, da guida.
Un film da vedere ma non per tutti. Se desiderate una serata scanzonata, guardate altro.
Ne il Primo Re si soffre e ci si fomenta a fasi alterne. E che tutto questo accada guardando un gruppo di disperati buzzurri in fuga in una palude di un Lazio di 2771 anni fa ha davvero dell’incredibile.
Se cercate un film diverso dal solito, Romolo e Remo vi aspettano e forse, anche voi, alla fine del film potrete cantare “Grazie Remo”.
P.S. E’ più epico un film del genere che un’intera stagione di Troy- la caduta di Troia.
P.S. 2 Per parlare di cura del dettaglio, hanno una carica epica pure i titoli di coda. Che dire? Complimenti!

Ho apprezzato tantissimo il P. S. su Troy Ahahah
Che serie orrenda, la peggior storica mai vista!
Per quanto riguarda il film sembra molto bello. Al cinema ho visto il trailer e non mi ha entusiasmato, forse per i colori cupi che hanno usato per creare quell’atmosfera
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Troy rimane il top quanto ad oscenità in campo epico. Va vista solo per prenderla sul ridere.
Sulla fotografia, hai intuito bene dal trailer: il film è volutamente cupo ma l’atmosfera, dopotutto, non é quella di un’allegra gita nel bosco. 😁
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Completamente d’accordo con il tuo giudizio! Ne ho scritto anche sul mio blog: difficile non valutare questo film in relazione al fatto che si tratta di una produzione italiana. Il risultato è veramente notevole e merita di essere sostenuto in ogni modo
PS: mi fa piacere che non sono il solo ad aver notato i bellissimi titoli di coda 😉
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