Sessanta

Sessanta.

Non le solite otto ma sessanta. Come sono finito in questa situazione non lo so nemmeno io. Vedo il blocco celestino pronto ad accogliermi, come se fosse in attesa di concedermi un addio prima del viaggio verso l’abisso acqueo. Sessanta. Dovrò fare 59 virate: i muretti delle due sponde della piscina li dovrò accarezzare più volte con il palmo dei piedi per avere la spinta e proseguire, sempre che ne abbia la forza e non crepi prima. I fischi risuonano attutiti ed il chiasso sui piccoli spalti si affievolisce ogni secondo che passa.

Salgo sul trampolino rettangolare e volgo lo sguardo ai miei concorrenti. Anche un neofita del nuoto non punterebbe un euro sul sottoscritto, i cui esili muscoli paiono tenuti assieme da ossa lunghe e sottili, quasi per miracolo. Gli altri, anche se miei coetanei, hanno fisici più prestanti e con le loro cuffie scure e occhialini tirati al massimo, sembra che sappiano il fatto loro. Poi ci sono io, con la cuffia di silicone bianca con tanto di stemma sociale che mi scivola sempre a lato delle orecchie e i miei occhialini porta fortuna, gli unici che non scavano un solco doloroso sul mio già importante naso. Peccato che sembrino usciti da un cartone animato, con la loro forma rotonda ed i colori rosso e giallo.

Sessanta vasche, per la miseria! Un chilometro e mezzo di follia, milleecinquecento metri, già a pensare a questa distanza mi stanco, mi vengono i brividi malgrado l’aria calda dell’ambiente. Cosa gli è passato per la testa al mio allenatore? Gli mancava qualcuno per questa gara assurda? Vuole mettermi alla prova? Si tratta di un esperimento scientifico supersegreto che testa la resistenza umana di persone totalmente sprovviste di una struttura fisica adeguata? Boh! Non ho tempo per questi pensieri perché  la voce del megafono con il suo “a posto” mi richiama alla realtà. Più che un invito pare, nel mio caso, una domanda. “Tutto a posto? Ne sei proprio sicuro?”. Non c’è tempo per rispondere e il suono gracchiante della sirena, come se fosse un’oca urlante alla quale hanno pestato un piede, mi spinge verso l’azzurro dell’acqua.

Sessanta vasche di stile libero. Io ne faccio otto nella mia gara, 200 rana. Già intravedo gli altri pronti ad andarsene mentre io muovo le prime bracciate. La prima vasca sta per finire ed alzo brevemente lo sguardo verso i cartelli che, come piccoli stendardi dedicati ai giovani tritoni, scandiscono le vasche alla fine. Anche loro mi ricordano che ne mancano tante, tantissime. Prima virata e via, si riparte mentre oltrepasso le piccole bandierine poste in prossimità  dei bordi della piscina, come dei festoni in una sagra paesana. I minuti passano e tutto diventa routine. Bracciata, bracciata, respiro. Virata, colpi di gambe sott’acqua e di nuovo, bracciata, bracciata, respiro.

Dopo circa metà gara il corpo, come un motore che sta andando su di giri, si riscalda e quel calore dell’acqua che inizialmente dava fastidio diventa una piacevole frescura. Gli altri ormai sono andati via alla grande e il doppiaggio sarà sicuro. Il mio obbiettivo però è riuscire a tornare a casa dopo questa Odissea personale, con ad aspettarmi – anziché Penelope e Telemaco – un gelato di dimensioni epocali, potete scommetterci. Il fiato scarseggia e le gambe sono sempre più pesanti. Non avendo grande forza nelle braccia né chissà quale tecnica in stile libero, punto proprio sugli arti inferiori che sono l’elica che spinge avanti il mio piccolo Titanic pronto ad inabissarsi in ogni momento. La mente vaga, tra una bracciata e l’altra. Non so nemmeno a che punto sia, ho rinunciato a vedere i cartelli con l’indicazione delle vasche. Si dice che prima di morire si veda passare la vita davanti. Che diamine potrebbe vedere un ragazzino di 15 anni, dico io? Un cortometraggio al massimo. I ricordi si confondono e contemplo la possibilità di fermarmi appoggiandomi alla fune di corsia mai così seducente come oggi. Vedo gli altri nuotare e battagliare per le prime posizioni mentre mi doppiano.

Potrei finirla qui. Che vada a quel paese l’allenatore e tutti quanti! La mia specialità è un’altra, non dovevo essere qui.

Un’altra vasca e finisco.

Una sola vasca e saluto tutti.

Ancora una.

Gli altri si fermano, io vado avanti. Sollevo lo sguardo e sul cartello compare un uno. Faccio la virata mentre proseguo nella mia fuga solitaria. Tutti ora guardano me. Una vasca d’onore. Come se fosse una gara olimpionica all’incontrario e tutti siano in attesa del nuotatore solitario, pronti a stupirsi e ad esultare. A questo punto arriverò alla fine, potete giurarci. Non darò a nessuno la soddisfazione di vedermi mollare. Nessuno può uscire dall’acqua fino a quando la gara non è finita. E la gara non è finita perché ci sono ancora io.

Bracciata, bracciata, respiro e palmo nella mano sul bordo della piscina.

E con questa sono sessanta.

Non una di meno.

6 pensieri riguardo “Sessanta

  1. Che cavolo di integratore ti sei preso? Non è umanamente possibile fare 60 vasche a meno che la tua piscina non sia lunga 10 metri. Insomma ma hai scritto un’esperienza vera o è solo un racconto? Io faccio nuoto e ho fiato e resistenza e faccio delfino ma non arrivo a 5 vasche sennò mi scoppia il cuore. Lo stile libero è meno impegnativo ( io ko faccio per rilassarmi) ma cavolo! 60 vasche? Hai contato giusto?

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    1. Eh eh, avendo passato metà della mia adolescenza in vasca (2 ore – 2 ore e mezza al giorno a nuotare), si sviluppa una certa resistenza. Il problema è che io facevo i 200 rana in gara (già i 100 erano una gara troppo “veloce” per il sottoscritto) e non sono mai stato bravo a stile libero con le mie braccia formato playmobil. Tra l’altro, di solito, ci allenavamo nella vasca olimpionica da 50 metri mentre le gare in giro per la regione erano nella vasca mignon da 25 metri (col doppio delle virate quindi). E’ stata la prima e unica volta in cui ho percorso una distanza simile in gara, eppure “stranamente” è quella che mi rimasta più impressa ah ah. Oggi riuscirei a malapena a fare 4 vasche (da 25) di fila.

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      1. Io odio lo stile rana e non riuscire a fare una sola vasca. È un’avversione. Io sono un pesce che sta dritto, ho braccia e gambe potenti ma la rana proprio mi fa venire l’avversione. Io ho scoperto tardi il nuoto purtroppo e l’anno scorso ho avuto un brutto strappo muscolare e il mio istruttore mi ha vietato il delfino. Figurati come mi sento quando adesso nuoto. Faccio stile e dorso come una dannata ma dopo rimango così con la lacrimuccia e odio aver avuto questo problema.

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