La prima volta che vidi qualche immagine della Casa di Carta nel parco titoli Netflix, mi ero fatto l’idea che fosse una serie distopica ambientata in un carcere. Saranno state le tute rosse o le inquietanti maschere di Dalì ma questo bastò a disincentivarmi dalla visione della serie spagnola in questione.
A causa del recente tam tam sui social, la curiosità ha preso il sopravvento e ho scoperto che, ancora una volta, le mie impressioni iniziali erano totalmente sbagliate. In pochi giorni ho concluso le 22 puntate (rigorosamente in lingua originale) ed il Professore con la sua bizzarra banda mi ha conquistato.
TENSIONE CONTINUA
La Casa di Carta (o Casa de Papel che dir si voglia) parla di una rapina. Niente di nuovo sotto il sole se non fosse che si tratta di occupare la zecca spagnola, stampare euro a volontà e sperare di farla franca andandosene con un malloppo che si aggira sui 900 milioni di euro. Mica male, eh?

La serie attinge da tutto il filone dei film dedicati ai grandi furti che non è nato certo recentemente ed i tipici cliché sono presenti. La particolarità è che tutto ciò viene declinato con toni e colori ispanici. Molto spazio alle questioni personali, al concetto di famiglia, a continui colpi di scena che puntano forte sull’emozione, più che sulla logica. All’interno del colpo del millennio figura tutta una serie di personaggi, ognuno con una sua precisa caratterizzazione: c’è l’istrionico, il ragazzo semplice, il giovane innamorato, la madre criminale, il padre criminale, l’impulsiva cronica, l’imponente guerriero dall’animo sensibile e, ovviamente, il geniale Professore a dirigere un’orchestra in un concerto che sembra impossibile da condurre.
La sceneggiatura gioca molto sulla tensione e mi sono ritrovato a “dover andare avanti” con l’episodio successivo perché, credetemi, di cliffhanger ce ne sono a iosa. Continui imprevisti, faide interne, intuizioni della polizia sono all’ordine del giorno e in tutte le puntate non c’è mai un momento di stanca. Si corre sempre a mille all’ora, senza un attimo di tregua ed è d’obbligo un plauso agli sceneggiatori nel rendere sempre appassionante una rapina dalla prima all’ultima puntata. Questa suspense perenne ha il costo di costringere talvolta qualche forzatura nella trama, mettendo a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. Sia chiaro, questa serie non si prende sul serio e non ha pretese di rappresentare in forma realistica una rapina di questo genere, va più vista come un gran bella favola con molti personaggi che si muovono su un enorme scacchiere. Dopo una decina di puntate lo spettatore più attento comincia a capire lo “schema” di ciascun episodio: problema interno alla banda / problema della polizia – flashback collegati ai personaggi coinvolti – soluzione (provvisoria o totale) del problema. Eppure, malgrado ciò, la curiosità è tanta e non sono riuscito a centellinare la serie in giorni e giorni.
THE PROFESSOR’S 7
La Casa di Carta poggia su 3 grandi pilastri, 3 personaggi interpretati da altrettanti attori che sono davvero le travi portanti di tutta la Casa di Carta.
Il primo è Berlino (ogni componente della banda, per non rilevare la propria identità, ha assunto il nome di una città). Istrionico, poco empatico, narcisista è un personaggio indimenticabile. Malgrado i suoi eccessi è a lui che viene affidato il comando delle operazioni “sul campo” e non sarà facile far sì che il folle piano vada in porto, con imprevisti e avversari interni ed esterni sempre pronti a far saltare in aria tutto quanto. Una menzione d’obbligo per l’interprete Pedro Alfonso che ha dato corpo e anima ad un eccezionale personaggio.
Il secondo pilastro è l’ispettore Raquel Murillo (Itziar Ituño). Una donna in carriera ma con un passato familiare burrascoso (e quantomai attuale) che ha visto la propria vita andare in pezzi e che si rifugia nel lavoro. Abile e con discrete qualità deduttive, si dimostra un degno avversario (ma sempre un passo indietro) della mente acutissima che dirige i fili dietro le quinte: il professore. Il legame tra i due sarà molto particolare ma non aggiungo altro. Molto alla lontana, il “duello” Raquel – Professore potrebbe ricordare le sfide celebrali tra L e Kira in Death Note, anche se qua siamo su piani molto più semplici (anche se il gusto della teatralità iberico non è così dissimile da quello nipponico).

E’ proprio lui, El Profesor, l’ultimo tassello per ricostruire l’architettura portante di tutta la serie: pianificatore ossessivo, colto e dai gusti raffinati, non sembra molto a proprio agio nel condurre una vita normale ma, quando parla e dirige i suoi diventa un’altra persona, sicuro di sé e capace di improvvisare tantissimo pur di riuscire in un’impresa che ha delle motivazioni lontane nel tempo ma molto personali. Come potrete immaginare non tutto andrà secondo i piani e, malgrado a volte ci stupiamo di come abbia pianificato un piano di riserva del piano di riserva del piano principale (ha un centinaio di assi nella manica), la sceneggiatura prova col passare delle puntate a metterlo sempre più in difficoltà (con dei discreti colpi di scena). E’ interpretato da Alvaro Morte (che cognome! Mi immagino le battute…)
Non ci sono solo questi 3 personaggi, sia chiaro: c’è tutta una congerie di altre figure con un proprio background, le cui trame si intrecciano in due grandi piani temporali: quello presente (la rapina) e quello passato (la pianificazione del colpo). A spezzare la linearità della trama, infatti, quasi in ogni puntata, vedremo dei flashback volti ad approfondire uno o più personaggi, andando a comporre pian piano il puzzle complessivo della Casa di Carta. Non è difficile individuare quelle figure deputate a creare scompiglio (tanto da far scaturire una naturale antipatia, devo ammettere) anche se la scrittura cerca di giustificare queste pedine impazzite con un argomento non così peregrino: l’umanità. I rapinatori e non sono esseri umani, con i loro punti deboli, con caratteri più o meno temprati e, a volte, con una dose di stupidità della quale non si rendono conto. Non c’è un soggetto esente da questo ed il conflitto – chiave di ogni storia che si rispetti – è originato proprio dalla imperfezione di ogni personaggio. Non è immune a questa regola nemmeno stesso il Professore che non è certo un robot senza alcuna emozione.

ALL’INSEGNA DELLA SPENSIERATEZZA
La Casa di Carta è una serie valida che intrattiene alla grande. Nessuna pretesa particolare, nessuna ambizione di essere il capolavoro a tema “heist”, nessuna impegnata critica sociologica o politica. E’ puro e sano intrattenimento e non mi stupisce che abbia avuto un successo planetario. E’ capace di arrivare a tutti, agli appassionati del genere, ai non appassionati e spettatori occasionali. Tanto di cappello agli amici iberici che sono riusciti a dar vita ad un prodotto godibilissimo, pur non avendo i mezzi milionari delle più blasonate produzioni d’oltreoceano. Per chi apprezza il mondo seriale, non si può negare che si stia vivendo una vera e propria epoca d’oro delle serie tv, con un livello qualitativo che cresce di anno in anno anche nella vecchia Europa. Pare che nei più grandi Paese europei, ciascuna realtà abbia trovato la propria specializzazione. Gli italiani si sono ormai gettati a capofitto nelle serie “crime”, capaci di dar corpo ad una atmosfera unica (Gomorra, Suburra, senza dimenticare il più canonico ma di alta qualità Commissario Montalbano). I tedeschi col recente Dark hanno dato prova della loro proverbiale abilità ingegneristica. Solo loro sarebbero riusciti a far tornare tutto in una serie si basa sui paradossi temporali: come un orologio avente un intricato meccanismo con mille ingranaggi aventi dimensioni e velocità diverse che funzionano perfettamente. E poi gli spagnoli, che con questa Casa De Papel portano sul piccolo schermo una serie che mira più alle emozioni che al cervello. Come un mosaico antico, da vicino le piastrelle non collimano perfettamente e non sono nemmeno tutte della stessa identica dimensione ma, facendo un passo indietro, il quadro d’insieme ti colpisce al cuore lasciandoti senza fiato. Alla maniera degli origami di cui va pazzo il Professore, la serie è una piccola perla, elegante nella sua semplicità.

La Casa di Carta è una serie consigliata. Non sarà un capolavoro che riscrive i canoni delle serie tv ma ci permette di staccare la spina tenendoci incollati davanti alla tv seguendo le imprese del Professore e dei suoi pittoreschi- ma tremendamente umani – “alunni”.
P.S. 1 Non posso rivelarvi chi siano le schegge impazzite, capaci di scelte alquanto stupide ma li riconoscerete presto e li odierete come me (forse).
P.S. 2 Voglio pensare che la scelta dei nomi di città assegnati ai vari componenti della banda non sia del tutto casuale: Denver – città “popolare”, Nairobi – richiama una certa esoticità, Berlino – leadership, Rio – città giovanile e dello svago, Oslo e Helsinki – città della stessa area geografica etc. etc.
P.S. 3 Guardatela in originale. E’ tutta un’altra cosa.
P.S. 4 Bella Ciao. Non aggiungo altro.
P.S.5 La serie (una stagione divisa in due parti su Netflix) è auto-conclusiva. Ho qualche perplessità sull’imminente seconda stagione.
(immagine di copertina: credits to XEF Belieber 🇬🇧 (@XefBelieber) su Twitter.)

Che paura, Amulius!
Lo so che è davvero infantile da parte mia, ma mi sono precipitato a leggere il tuo nuovo post con il panico nel cuore che tu, persona che stimo e blogger il cui giudizio per me conta moltissimo, avessi in qualche modo trovato dei motivi per stroncare una serie che si, ha avuto un successo planetario come tu dici (confermo anche dalle mie letture), ma sta incredibilmente cominciando da tempo a ricevere critiche terribili ed assolutamete immotivate da una parte dei navigatori internettari italiani (si, proprio noi!), che sono riusciti (da veri idioti) nel capolavoro disgraziato di trasformare questa splendida fiction (è bella, ben fatta, emozionante, sceneggiata con cura e scritta come un romanzo giallo, come non sono da tempo moltissime serie USA) in un gioco al massacro tra pseudo-simpatizzanti pentastellati anti-euro e stolidi difensori dell’europeismo in salsa piddina (non tifo per nessuno dei due, si sappia, ma trovo che gli estremismi di entrambe le tifoserie siano allo stesso livello cerebrale di un anellide o di un protozoo): che squallore, che visione desolante, che immane tristezza…
La cosa tragica è che persino blogger blasonati e siti che normalmente compiono analisi accurate (come l’ottimo The Vision) sono caduti nella trappola, parlando di questa fiction MAI dal punto di vista tecnico, narrativo, registico, attoriale, no, ma solo dell’elemento “populista” ovvero di quella sorta di giustificazione che (come ben sai) in un punto della serie il professore dà al loro furto, quando ne parla con l’ispettrice di polizia… Roba da matti!
Tutto il lavoro di scansione tenporale degli avvenimenti, l’incastrarsi delle coincidenze, l’eroismo e l’antipatia di alcuni personaggi, la caratterizzazione a tutto tondo, i risvolti di trama clamorosi ma mai irreali, ebbene tutto nascosto, non citato, omesso, in nome di questa merda di politologia da bar che siamo bravissimi a fare nel nostro c***o di paese!
Scusa lo sfogo, ma non se può proprio più!
Quindi, torniamo a noi, grazie! Grazie per non essere nemmeno tu (come me) caduto nel trappolone per idioti! Grazie per aver parlato così bene e così a lungo (stavo per farlo anch’io, ma mi hai letteralmente tolto le parole di bocca ed ora, se facessi un post, scriverei un plagio scandaloso)!!!
E’ chiaro, se anche tu l’avessi stroncata, per motivazioni squisitamente legate al plot o alla messa in scena, la mia stima in te sarebbe rimasta immutata, ma se avessi scritto anche tu l’ennesimo post in cui analizzavi la fiction dal punto di vista politico (che poi, parlare di “politica” per certe analfabeti è davvero far loro troppo onore!) avrei capito che gli alieni ti avevano infine preso e sostituito con qualche vegetale che ti assomigliava in tutto, ma che non eri più tu!
La sopravvivenza è sempre più dura, Amulius e non è colpa dei governi, né nuovi né vecchi ma della gente che ci circonda…
P.S. Senza fare spoiler, ti dico che sarà anche figa, ma avrei tirato sotto con la macchian Tokyo più volte… Anche questo essermi antipatica a pelle, si sappia, è un merito di chi ha scritto la serie! Antipatie, emozioni, imedesimazioni, speranza… Tutto guidato e calibrato, come faceva il professore con i giornali e la polizia… Bye
"Mi piace"Piace a 1 persona
Innanzitutto grazie del commento, sono contento di non essere il solo ad avere apprezzato questa serie, senza particolari letture politiche o analisi di chissà quale profondità. L’articolo di The Vision non lo lessi proprio perché già il titolo mi aveva infastidito, tirando in ballo qualcosa (il populismo) che, come dire, avevo già il sentore fosse qualcosa incluso a forza nella recensione di una serie tv come questa. Anzi, ti dirò, proprio le aspre critiche mi hanno invogliato a vederla qualche giorno fa (dopotutto, peggio di Troy non poteva essere, sono vaccinato all’oscenità televisiva.) Figurati che per tutta la serie mi è rimasto il dubbio di essermi perso qualcosa, una qualche analisi socio-economica o messaggi particolari e quando poi ho realizzato che l’unico aspetto che, alla larghissima, poteva avere un rilievo “politico” era quello ricavabile da un monologo di 4 minuti del Professore, per poco non mi sono messo a ridere da solo.
Su Tokyo hai il mio completo appoggio (per quanto accanto alla stupidità del personaggio vi sia una avvenenza che non passa inosservata eh eh), aggiungerei anche il buon Rio che non poche volte mi ha fatto prudere le mani.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Mi sto ancora riprendendo dallo spavento che mi avevi fatto venire Amulius che ancora debbo assporare per bene le giooia di quello che hai scritto così bene…
Concordo su Rio, in pieno ed ovviamente, dopo un inizio in sordina, il vero eroe che viene fuori è chiaramente Berlino, un perosnaggio costruito con i fiocchi e scritto come farebbe un romanziere (tu che sei anche scrittore, concordi?)
"Mi piace"Piace a 1 persona
Concordo in toto su Berlino! Sfaccettato anche se i difetti che all’inizio ci sembrano gli unici suoi tratti. Poi, col passare delle puntate, cominciamo a metterlo a fuoco meglio fino all’epilogo. Oltre alla scrittura, l’interpretazione ha un suo peso (infatti, penso che Alfonso sia uno dei migliori attori del lotto).
"Mi piace"Piace a 1 persona
Concordo e sono felice che entrambi concordiamo sul fatto che al netto di tutto resti una serie soprattutto ben scritta sulla carta, nel senso proprio di pensata e studiata e non “telefonata”… Alla prossima, amcio blogger!
"Mi piace"Piace a 1 persona
Ah, dimenticavo la cosa più importante…
Netflix (della quale all’inizio ero innamoratissimo e che con il passare del tempo mi sta ora mostrando sempre di più il suo lato oscuro di moloch che divora, ingloba e vomita fuori con il suo stile identico tutto ciò che la circonda) all’inizio si era solo limitata a distribuire a livello planetario una serie assolutamente ed interamente spagnola, realizzata in modo cocciuto ed in qualche modo partigiano (il bisticcio con il concetto di Resistenza ci sta, no?) dallo sceneggiatore Álex Pina, trasmessa con enorme successo in Spagna nel 2017.
Con il rispetto che riserva sempre nei confronti dei prodotti stranieri (vedi lo stupro fatto con Death Note), per prima cosa ha deciso che 1 sola stagione da 15 episodi da 75 minuti non andava bene per i suoi abbonati e quindi ha pensato bene di rimontare ogni inzio ed ogni finale di puntata, creando da quella quindicina autoconclusiva iniziale due belle serie, rispettivamente da 13 e 9 episodi di 45 minuti circa ciascuno, con l’arroganza incredibile di ritrasmetterla così anche nel paese d’origine, dove, ripeto, l’avevano già vista in altro formato: già questo rimontaggio dovrebbe far inorridire chiunque abbia rispetto della creatività degli autori, ma invece è passato in sordina, come fosse un diritto del network (ha pagato, è roba sua!), ma Netflix andò oltre, perché Netflix può questo e può molto altro…
Si, perché Pina aveva concluso la storia, aveva salutato i fan in una grande festa e le pagine FaceBook e Twitter spagnole de La Casa de Papel erano condotte come se i personaggi fossero tutti davvero esistiti… insomma, la storia era finita, ma Netflix ha comprato tutto, non solo la distribuzione, ma proprio tutto, compresi i domini sui social network, gli autori i copywriter, tutto… E visto che il prodotto che aveva comprato aveva avuto successo, decide che si deve fare il seguito, ma il seguito di cosa? Non voglio spoilerare nulla a chi non l’ha vista, ma qui siamo in zona Ocean’s Eleven, Ocean’s Twelve ed Ocean’s Thirteen e buona notte all’originalità!
Netflix aveva fatto la stessa cosa a suo tempo comprando (avrei voluto scrivere “rubando” ma chi paga non ruba, anche se forse esercita violenza lo stesso) all’Inghilterra Black Miror ed il suo autore per creare una quarta stagione più, come dire, ammorbidita ed adatta al pubblico statunitense.
Vedremo per i nostri “resistenti”, ma questa volta penso che abbiamno perso e lo scetticismo da parte mia è fortissimo. Un abbraccio Amulius.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Il diverso montaggio tra la versione originale e quella made by Netflix l’ho scoperto solo dopo aver visto diverse puntate. Mi sembrava strano che ad ogni inizio puntata ci fosse un pezzo della precedente (all’inizio pensavo di non aver selezionato l’episodio corretto). Sul sequel voluto da Netflix ho le tue stesse perplessità, mi sembra talmente ben conclusa la serie che non riesco davvero a capire come si possa scrivere una stagione nuova che non sembri appiccicata a forza. Netflix a volte ha la tendenza a non fermarsi in tempo (e 13 Reasons Why forse ne è la prova lampante. A proposito, dovrei trovare il coraggio di guardare il seguito per quanto abbia pessime sensazioni).
"Mi piace"Piace a 1 persona
Ti capisco benissimo…. Io ho amato moltissimo la prima stagione che credevo fosse conclusiva (forse lo era…) e non ho ancora avuto il coraggio di vedere la seconda ed adesso leggo che ci sarà anche la terza… Seriamente? Boh, secondo me Netflix sta perfendo punti in confronto ad HBO, che mantiene per ora un adignità di contenuti invidiabile e poi Hulu ed Amazon le stanno con il fiato sul collo…
"Mi piace""Mi piace"
Mamma mia a scrivere in treno, con lo smartphone, ho fatto tanti di quegli errori di battitura da dislessico impenitente che mi viene da rabbrividire… Sorry
"Mi piace"Piace a 1 persona
Figurati, capita! Ne approfitto anche per ringraziarti della menzione in Road to OGM Cinema.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Hai scritto un vero articolo di servizio, ci voleva!
"Mi piace"Piace a 1 persona