Il titano del ghiaccio

“Cosa desidera”?

Esordiva così, con una voce insolitamente affettata considerato il suo aspetto gigantesco, quando un cliente si avvicinava al bancone. Chi lo conosceva non ci faceva già caso ma, per chi era nuovo, trovarsi davanti un titano coperto da un grembiule bianco talmente grande che avrebbe potuto benissimo essere una candida tovaglia per una tavolata ad un matrimonio, era qualcosa che lasciava interdetti. Non era solo la voce a sembrare fuori posto, come se vi fosse un ventriloquo nascosto dietro quel gigante, ma ogni sua singola movenza sembrava essere estremamente controllata ed il tutto appariva compiuto senza alcuno sforzo. Eppure, lui aveva sempre servito qualcuno, aveva per anni messo a disposizione sé stesso per il bene di qualcun altro. Prima del momento in cui il suo ginocchio destro si era letteralmente sbriciolato dopo un contrasto, la sua stazza era il primo e più importante baluardo per proteggere il suo capitano. Per anni era stato un muro contro il quale gli avversari si infrangevano con lo scopo di placcare ed indurre in errore il quarterback. I secondi che la sua azione di strenua difesa regalavano a chi stava dietro di lui per lanciare la palla erano sudati uno per uno. E lo sguardo d’intesa alla fine di ogni azione d’attacco da parte del capitano valevano più di mille parole.

Non era stato facile. Era stato sempre abituato a vedere l’avversario negli occhi, uno sguardo fisso sotto il casco. Con l’infortunio il suo mondo si era sgretolato, come la prima cialda che aveva preso in mano. La sua carriera era andata in mille pezzi, come il suo ginocchio, ed una vita fatta di scontri, sudore e tifosi si era dissolta, senza nemmeno un degno addio, magari una finale di campionato. Addio ai sogni di gloria, ai suoi compagni di squadra, alle trasferte al freddo e alle medicazioni post-gara. I primi giorni in gelateria avrebbe voluto caricare a testa bassa bancone, coppette e coni e distruggere ogni cosa, la sua nuova vita sembrava calibrata per un uomo diverso, di sicuro più piccolo e aggraziato, non di certo un guerriero come lui. Il suo nuovo avversario non lo poteva osservare, era un’ombra che lo seguiva e derideva dietro le sue enormi spalle. Poi, di sfuggita, aveva ritrovato quello sguardo d’intesa e di ringraziamento in un bambino mentre gli consegnava un cono. Aveva ancora qualcuno da servire, poteva essere utile e rendere felice qualcuno. Stavolta non con i suoi muscoli ma con una abilità che aveva allenato e affinato con lo stesso sudore e la stessa tenacia che aveva speso, yard dopo yard, sui campi da gioco.

Ora si trovava in un’altra veste, senza più casco e armatura, non più un guerriero votato alla difesa del suo re eppure, rendersi utile e venire apprezzato era qualcosa che lo rendeva ancora felice.

Con la coda dell’occhio osservava divertito i nuovi avventori del locale mentre rimanevano a bocca aperta mentre lui sistemava con una insolita delicatezza il gelato in coni e coppette. I suoi gesti erano misurati e dopo aver posizionato un gusto, la paletta faceva un ulteriore movimento, appiattendone la parte esterna e creando un piccolo vortice. Il risultato era una golosa opera d’arte, come se i gelati fossero composti da tanti petali colorati. Come la zampa di un orso con all’interno uno scoiattolo, le sue mani callose custodivano i preziosi coni, trattenendosi dal porre in essere la minima pressione che avrebbe potuto distruggere la cialda.

E così, in città, quando c’era da prendere un gelato non si parlava che delle creazioni di Tom.

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