Questa recensione si dividerà in due parti, una dedicata al libro ed una all’omonimo film di Spielberg. Il primo è un romanzo imprenscindibile? Il secondo ha le potenzialità di essere un film cult multi-generazionale?
Mettevi comodi, accendete il visore e posizionatevi nella vostra postazione: partiamo per Oasis.
IL LIBRO

Ho acquistato il libro all’ultimo Lucca Comics, proprio in vista della pellicola in uscita in questi giorni. Complice una prima parte orripilante (spiegherò perché) l’avevo lasciato in stand by per poi riprenderlo in queste vacanze pasquali.
Premessa: sono nato quando tramontavano gli anni ’80 e sono cresciuto nel pieno degli anni ’90. Perché tale precisazione? Per il semplice motivo che il libro di Ernest Cline è infarcito di riferimenti ad una cultura geek/nerd che è almeno una generazione più anziana di quella che ha potuto assaporare il sottoscritto. L’effetto nostalgia, per me, è evidentemente ridotto rispetto a coloro che hanno avuto modo di assistere alla vera alba dei videogiochi, potendo mettere le mani (o almeno sentirne parlare) su prodotti leggendari quali tennis for two o pacman, giusto per fare degli esempi. Stessa identica questione per tutto il contorno musicale e televisivo che ho vissuto “in differita” di almeno una decina di anni. Ciò è fondamentale perché l’architettura di Ready Player One è permeata da richiami di ogni sorta a quel tipo di cultura e di costumi di cui ho sentito certamente parlare ma che non ho vissuto in prima persona.
UN INIZIO DA SBADIGLI
Le prime cento pagine circa sono tediose, come se l’autore avesse voluto far sfoggio delle proprie conoscenze di giochi, film, canzoni, programmi tv, prodotti commerciali in ogni frase. La storia non decolla ed è pregna di continui rimandi che non aggiungono nulla alla vicenda. Sappiamo che l’umanità non se la passa bene e che si rifugia in una realtà virtuale nella quale tutto è possibile. Anche in questo mondo parallelo ci sono “classi sociali” differenti, c’è chi può permettersi equipaggiamenti e risorse più di altri ma è comunque una grande miniera di opportunità. Il creatore del software che gestisce questo ultra mondo è morto da diversi anni ed ha fatto in modo che venisse indetta una gara per decretare chi sarà il suo successore, il padrone di “Oasis”.
Come detto, il primo quarto di libro ci narra poco presentandoci in maniera alquanto confusionaria sia quanto avviene in Oasis, sia quanto avviene nel mondo reale. Poi, mentre stavo ormai abbandonando le speranze di avere un minimo interesse nella storia, finalmente Cline decide di iniziare il racconto e mettere in moto gli ingranaggi tra prove da superare, nuovi personaggi e una trama che affronta anche ciò che avviene fuori da Oasis. La lettura diventa più godibile ed il ritmo serrato tanto da farmi leggere le ultime 200 pagine tutte di fila.
UNA TRAMA CHE COMINCIA A SCORRERE…
Sia chiaro, la trama non è particolarmente complessa ma il tutto si lascia leggere con piacere coinvolgendoci nelle vicende del giovane protagonista Wade e dei suoi alleati contro la malvagia organizzazione IOI capitanata da uno spericolato Sorrento (il cognome non incute certo timore, quanto- piuttosto- richiamare scenari romantici sul mare e melodie al mandolino in lontananza).
Anche i riferimenti geek – che continuano ad esserci – assumono quantomeno una ragion d’essere perché strumentali alle prove che gli eroi devono affrontare e non più per la mera autoreferenzialità dell’autore. Non aspettatevi chissà quale stile letterario, argute metafore e dettagliate scene d’azione. La scrittura è semplice, priva di guizzi portando a casa il minimo sindacale. C’è qualche vittima, ci sono stratagemmi, c’è una descrizione del futuro distopico in cui il mondo è caduto ma si tratta di accenni.
Ed è un peccato. Un grosso peccato. C’erano enormi potenzialità in una storia del genere. Non faccio tanto riferimento a scenari e prove ancora più assurde di quelle elaborate dalla fantasia (e dai ricordi) di Cline quanto piuttosto alle tematiche di fondo.
…MA SENZA CORAGGIO
Nel finale sembra che l’autore abbia tirato in remi in barca. Nessuna scelta coraggiosa, nessuna critica alla società (tra l’altro c’è una crisi energetica e tutti sono con visore e connessione internet. Ok…) Niente di niente. La favoletta finisce e andate in pace. “Tutto qua?” mi sono detto. L’umanità vive in catapecchie, completamente assorta in un mondo virtuale che non esiste e la vicenda finisce con un happy ending che pare scritto da un padre quando, notando che il figliolo a cui racconta la favola della buonanotte è in procinto di addormentarsi a momenti, decide di tagliar corto per potersene andare a dormire. Si poteva parlare di rapporto tra virtuale e reale, di identità fittizie e rapporti sociali, di assuefazione ad un mondo virtuale dimenticandosi di ciò che esiste realmente. Non pretendevo un Black Mirror ma Cline decide di grattare la superficie buttando in mezzo qualche frase nell’epilogo e chiudendo con un bel finale da film Disney (ma forse nemmeno alla Disney sarebbero così privi di inventiva, anzi).
Essere nerd o meglio, essere appassionati di qualcosa, secondo me va ben al di là della mera conoscenza enciclopedica dell’argomento. Non si tratta di sapere pagine/puntate/scene/livelli a memoria quanto di avere uno spirito critico, di porsi delle domande, fare delle teorie con altri appassionati, scambiarsi opinioni. E’ molto riduttiva la visione di Cline che inquadra il geek come un semplice Pico della Mirandola del nuovo millennio che ha immagazzinato in memoria zettabyte di dati da sciorinare per far vedere che ne sa qualcosa.
Ready Player One è un libro gradevole che si fa leggere e sa coinvolgere discretamente ma il quale, alla fine dell’ultima pagina, non ti lascia nulla. E’ molto più “nerd”, ad esempio, la saga di “Queste Oscure Materie” di Pullman che ti fa riflettere mettendo in mezzo filosofia, religione (senza tralasciare una storia coinvolgente) piuttosto che un romanzo che non osa mai e, sopratutto, non fa accendere troppo il cervello.
IL FILM

Nemmeno 24 ore dopo aver terminato il libro mi sono fiondato in sala con alte aspettative, visto le recensioni entusiastiche che emergono dalla rete.
Ready Player One è un film per bambini. Ha tutti i pregi ed i difetti che questo comporta. E’ un bellissimo giocattolo.
Troviamo una trama molto lineare (è possibile seguirla pensando ad altro), i buoni ed i cattivi sono profondamente distinti (impeccabili i primi, buffoni i secondi), c’è una morale di fondo limpida, di morti non se ne vedono (addirittura viene eliminata rispetto al libro l’unica morte “sentita” dal gruppo di eroi). Le battaglie sono una festa degli occhi, un tripudio di colori sgargianti, mostri, robot frutto della cultura pop – stavolta non solo anni ’80 ma capace di abbracciare in pieno gli anni 90 ed anche i 2000 – con trovate notevoli… eppure anche dopo questa visione mi sono detto: “tutto qua?”.

NESSUN MIRACOLO
Forse sono troppo vecchio per emozionarmi vedendo Tracey o gli Spartan di Halo comparire sullo schermo e troppo giovane per avere i brividi con Gundam ad un tratto.
Da Spielberg mi aspettavo il miracolo. Se il libro era un mediocre punto di partenza ed una sfida portarlo al Cinema (avendo già delle lacune non da poco e non essendo facilissimo trasporre tutto il citazionismo su schermo senza annoiare), confidavo che il leggendario regista che ha realizzato film con i quali sono stato svezzato, riuscisse a creare un nuovo E.T., una nuova favola contemporanea che sopravvivesse oltre gli anni, che coinvolgesse e trascendesse le età, i riferimenti, gli stessi effetti speciali.
Spielberg stavolta, per me, non ce l’ha fatta.
Quanto alla spettacolarità nulla da dire (ma non tocca le vette spacca-mascella dell’Avatar di Cameron) ma come gestione della trama e conclusione sembra tutto troppo semplice.
Ci sono tantissimi rimandi che si estendono non soltanto ai videgiochi ma al Cinema (una sequenza in particolare¹), alle serie tv, ai cartoni animati più recenti ma sotto i mille richiami di qualche secondo a icone pop cosa ci rimane?

A livello di sceneggiatura si sono mischiate le carte rispetto al volume di Cline (in veste di co-sceneggiatore e già questo non è stato certo un buon punto di partenza). Poteva essere un’ottima mossa per dare una sistemata a diversi buchi di trama o per approfondire almeno qualche personaggio (dal protagonista ad Halliday o lo stesso Sorrento). Si è scelto solo di dare maggior peso ad Art3mis ( e su questo non ho particolari obiezioni ma ha la conseguenza di svuotare ancora di più il personaggio di Wade-Percival) e di rivisitare le prove per la ricerca delle chiavi (e anche in questo caso ciò è servito per dare più azione al film)…e basta. La competizione che era una delle chiavi di volta del gioco e che vedeva una sorta di tutti contro tutti – all’inizio -anche tra i nostri eroi (ognuno era solo e la diffidenza regnava anche tra amici) è del tutto sparita. Tutti si aiutano subito. Leadership di Percival, lo seguiamo e fine della storia. Conflitti interni al gruppo 0. Suspance sull’incontro nella real life Art3mis-Percival 0, forse una delle love stories peggio scritte che abbia visto negli ultimi anni, roba che un Wall-E od un cartone a caso della Disney degli anni ’90 appaiono più maturi ed intriganti. Non parliamo poi della sorpresa per il principale plot twist che si esaurisce in 5 secondi. Tutti gli eroi si trovano casualmente a pochi isolati di distanza, i cattivi sono ancora più deficienti delle loro controparti cartacee (sembrano usciti da un cartone Hannah & Barbera).

Per carità, sono tutte ingenuità che possono pure passare in secondo piano nelle due ore che si trascorrono in sala. Ma dopo cosa resta? Quali emozioni si sono davvero provate? Quale empatia si può avere con un protagonista al quale riesce tutto ma proprio tutto? Per essere il film evento, il manifesto Nerd che doveva essere il cult del nuovo millennio, mi ha deluso. Non può bastare una CGI da urlo per dare spessore a qualcosa che non ne ha. Se la “realtà” doveva essere affrontata così malamente, tanto valeva ambientare tutto su Oasis.

MONTAGNE RUSSE DIGITALI
Ripensandoci, il concetto dell’avatar e del rapporto con la persona dietro la finzione tecnologica è stato meglio approfondito nell’Avatar di Cameron anni fa (sembra una vita fa). In Ready Player One tutto va sui binari di un ottovolante ma col pilota automatico. Ci si può sbizzarrire a indovinare gli easter egg sparsi in ogni frame perché tanto la trama ed i personaggi sono abbozzati male (ma il design è grandioso. Che peccato!).

Se avessi voluto vedere contemporaneamente i personaggi più disparati della cultura pop e fumettistica non sarei andato in sala ma a Lucca Comics (esperienza che ripeto con grande entusiasmo, vivendola da cosplayer addirittura). Dal Cinema mi aspetto una storia, non un Easter Egg che dentro è paurosamente vuoto seppur decorato esternamente con tutti i simboli che si possano immaginare.
Tutto viene reso all’insegna di un estremo citazionanismo, perdonatemi il neologismo, si prova piacere nella semplice scoperto di un dettaglio che riguarda un certo videogioco/film/music band.
Il finale è emblematico. Poteva essere l’occasione per lanciare un messaggio, per aggiustare perlomeno l’epilogo ignobile del romanzo…e invece Spielberg non sceglie nemmeno. Rimane a metà strada.
Forse è questo che meglio descrive Ready Player One: un film a metà tra uno sfavillante cartone in 3d ed un film generazionale, un’opera incompiuta che vorrebbe catapultarti in un mondo nuovo ma che, come quando si fa il logout da Oasis, ti lascia i palmi delle mani tristemente vuoti.
Se non altro, in questo aspetto riesce perfettamente a ricalcare il romanzo originale.

¹Se la scena che rimane più impressa riguarda la citazione di un celebre film di un celebre regista tratto da un libro di un celebre scrittore (e tutto ciò pare avere poca attinenza con lo sfondo videoludico che sembrerebbe dominante nel film), forse è il caso di porsi qualche domanda.
P.S.1 Adoro i videogiochi e penso che il futuro sarà la realtà virtuale. Mi piace evadere ed andare in mondi ed epoche diverse grazie ad un joypad ed una televisione ma questo non significa che il videogame non possa servire anche per dirci qualcosa su come funziona la società (o come potrebbe diventare) o offrire uno o più spunti sui quali riflettere per un istante, che sia il nostro rapporto con il mondo virtuale o con le altre persone. In entrambi i casi (libro e film) sarebbe stato importante, almeno, premere un pulsante rosso per poter dare un segnale (conta la realtà) o farlo eliminare dal protagonista (oblio virtuale). Nemmeno quello. Si vivacchia e tanti saluti.
P.S. 2 Una gioia per gli occhi Olivia Cooke sia versione digitale che reale. E Simon Pegg calato in un ruolo che gli calza a pennello. Il resto poco o nulla visto il minutaggio e la sceneggiatura sciagurata.
P.S. 3 Il coraggio latita. Un esempio? Perché non contemplare un Wade sovrappeso o con grossi problemi sociali, dandogli un minimo di spessore o almeno un difetto? Invece no, tutto va per il meglio all’eroe prescelto. Chi se ne importa della vita vera, non viene nemmeno spiegato come fa a campare.
P.S.4 Nessuna musica dei Rush. Nemmeno il bellissimo 2112 oggetto di una sfida nel libro. Male, molto male.


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