Arcangelo

Gabriele.

Così si chiamava. Bassino, con gli occhiali in pieno stile potteriano dalle lenti troppo grosse e troppo spesse, con una chioma bionda di capelli color paglia che lo faceva assomigliare allo spaventapasseri del Mago di Oz. Non so che fine abbia fatto, non lo vedo da oltre 15 anni. Eppure mi è tornato in mente, tutto d’un tratto. Assieme a lui il sottoscritto ed un altro sventurato eravamo una sorta di paria alle medie, destinati ad un continuo ed inesorabile bersagliamento di parole, epiteti e risate da parte della cricca dominante. Compagni da immolare per il ludibrio di coloro che solevano affermare la propria grandezza ed il proprio status di maschi alfa in una costante ed eterna gara al più grosso e coraggioso gallo del pollaio. Tre anni delle nostre vite passati così. Quale marchio ti lasciano impresso? La sofferenza, la vergogna sono ricordi lontani che si confondono in una nebbia nella quale finiscono per addormentarsi le esperienze negative, in una sorta di cimitero degli elefanti di cose poco piacevoli che è meglio lasciare sepolte per sempre, dando più spazio alle memorie felici. Qualcosa però è rimasto, sepolto da qualche parte. Lo sento muoversi, come un lupo che brancola nella foresta notturna. Non è dolore, non è rimpianto. E’ rabbia. Questo è il regalo che mi è stato lasciato. Se tornassi indietro e vedessi quei tre poverini in classe non so cosa farei. Mi piacerebbe vedere quei bulletti, almeno per una volta, assaggiare l’umiliazione. Non è molto nobile, lo so. 

Mentre riflettevo su questo mi è balenato il ricordo di Gabriele. Lui era diverso. Aveva una ingenuità di tale portata che sembrava fosse un alieno sceso in Terra per fare esperienza o, visto il nome, un angelo che doveva sostenere un tirocinio tra i mortali prima del suo esame celeste. Era principalmente preso di mira perché, oltre per l’aspetto buffo e poco macho, ignorava molte cose che anche un ragazzino di 14 anni, ormai, darebbe per scontate. Ad esempio, aveva le idee poco chiare su come nascessero i bambini. E giù con battute costanti e risate. Ogni giorno. Lui rimaneva lì, nel suo primo banco lato finestra.

Ho sempre avuto una predilezione per fare conoscenza e amicizia con i più bistrattati, probabilmente perché ero anche io sulla lista nera. Come un sindacalista degli sfigati, sono sempre stato inconsapevolmente alla ricerca di altri isolati che mi trattassero da pari e non come bersaglio. Lui era uno come me. Tifavamo per la stessa squadra, tra l’altro. Parlando di sport, a proposito, mi ricordo che giocava a basket. Non aveva nessuna caratteristica fisica lontanamente assimilabile all’idea di un giocatore di pallacanestro: non era slanciato, non era alto e sembrava avere la robustezza di un grissino. Eppure non se la cavava male e faceva qualche canestro (a differenza mia, negato in qualsiasi gioco di palla che coinvolgesse coordinazione mani-braccia). Questo era Gabriele. Tutte le frecciatine e prese in giro lo ferivano ma, mentre in me montava lentamente una rabbia di cui mi sarei reso conto solo anni più tardi, in lui accadeva qualcosa di diverso. Sembrava sorpreso, come se dal posto da cui proveniva fosse del tutto inconcepibile che delle persone ne attaccassero altre per il proprio divertimento. Era quello che non riusciva a capire, la sua purezza ed ingenuità venivano prese a sassate senza, però, che quelle certezze nella bontà umana potessero vacillare. Mai una parola fuori posto, mai uno sguardo arrabbiato. Le azioni di quei gradassi mi stavano lentamente sporcando, togliendomi quella fede nella gentilezza altrui e forse quella bontà d’animo che lui, invece, continuava ad avere. E’ questo che continua a sorprendermi ancora oggi. Mi chiedo se, ad un certo punto della sua vita, anche lui sia sceso al mio livello o se, piuttosto, sia rimasto nella ferrea convinzione che le persone siano essenzialmente buone.

Non ho trovato più tracce di questo essere dalla storia e dall’aspetto talmente strani che, a volte, dubito della sua stessa esistenza. Nessun account social, nessuna sua notizia in rete.

Magari un giorno leggerà questo articolo navigando sul web, chissà.

O, forse, è davvero qualcuno venuto dall’alto che, dopo aver vissuto tra gli umani per un triennio, ha deciso di tornare tra le nuvole e magare fare carriera lassù, onorando il proprio nome e  facendo carriera.

Magari come Arcangelo.

10 pensieri riguardo “Arcangelo

  1. Hai reso un ricordo davvero emozionante del tuo amico e della parte del viaggio della vita fatto insieme. Le difficoltà uniscono, ma creano anche delle fratture interne. Di bulletti e vigliacchi che si credevano coraggiosi e spiritosi ne ho incontrati anche io e al liceo ero bersagliato per via del mio cognome e della mia origine fieramente napoletana. Ti segnano nel’auto-stima, ti segnano nella tuo rapportarsi agli altri, ti segnano.
    Ma è pure vero che ti allenano. Ti allenano a resistere, a sapere gestire la rabbia, a rafforzare la tua resistenza, resilienza e capacità di iniziare di nuovo dopo uno scivolone.
    Non per tutti accade così: i più fragili, i più ingenui, i meno fortunati che sono in una famiglia che scricchiola, rischiano di perdersi per sempre; l’isolamento in momenti quali l’adolescenza ha gli stessi effetti di una pena penitenziaria scontata in cella di isolamento.
    Ancora complimenti per avere raccontato questa storia con palpabile emozione e, allo stesso tempo, lucidità. Gabriele, se dovessi leggere questo testo, batti un colpo al padrone di questa webbettola. Se lo merita.

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    1. Integro la mia risposta di ieri perché ragionandoci sopra (ragiono troppo, a dire il vero ah ah), mi pongo la questione: se è vero che queste esperienze allenano e aiutano a rafforzarsi mentre al contempo affossano l’autostima, quale è il rapporto costi/benefici? Ripensando alla mia timidezza e alle mie paure posso dire che, se non sono nate in quel periodo, di sicuro in quei tre anni si sono cementificate e solidificate bene in profondità e toglierle è stato (ed è) un lavorone. Non penso di essere l’unico e c’è chi se l’è passata peggio. Concludo con una domanda: è meglio vivere più da cinici (forse vuol dire crescere), perdendo quella fede nella bontà di tutti oppure essere come era Gabriele? Chi vivrebbe meglio? La realtà e la vita avrebbe la meglio su persone come lui oppure esiste la possibilità che quella sua corazza regga l’urto delle inevitabili brutalità che possono capitare?

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      1. Beh, alla faccia delle domande che ti sono sorte! 😉
        Tema complesso, lungo, contorto e con parecchie sfumature e interpretazioni soggettive.
        Nella mia esperienza, un timido anche io, mi sono imbattuto in questi “gradassi” anche da bimbo. La mia prima scelta fu isolarmi, non frequentarli. Evitare di stare con loro perché da solo stavo meglio. Niente di più sbagliato: mia madre, infatti, mi spingeva ad andare giù in cortile e prenderci le misure.
        La timidezza è una grossa penalizzazione e – concordo – è un “lavorone” non da poco. Io ho reagito diventando estroverso, secondo alcuni pure troppo ;). Questione di trovare un equilibrio. L’effetto collaterale che non riesco a correggere e anzi in cui ormai mi riconosco è: scrivo a fiume, cerco di comunicare molto. Alcuni la chiamano grafomania, la prima, logorrea, la seconda. Sono malato, lo so. Il brutto è quando fai finta di non esserlo e vuoi apparire qualcun altro.
        La “disponibilità” d’animo viene presa spesso a sassate e sotto la lapidazione anche certe convinzioni sulla bontà umana possono vacillare. Le azioni di tutti questi “gradassi”, questi “bulletti” mai cresciuti, non sono senza effetti: lentamente – come hai bene scritto – ti sporcano, erodono quella fede nella gentilezza altrui e ti infilano il tarlo che la bontà d’animo, che tu continui ad avere, sia sbagliata. Fuori posto, fuori tempo.
        Succede anche a me e potrei inviarti un link a un post (che poi ne ha chiamati altri tre) in cui lotto contro le sassate dei cinici, ma non lo faccio altrimenti sembra “spam” o, peggio, “Pubblicità Progresso”. Io continuo ad avere questa “disponibilità”, anche se sto diventando più selettivo. La mia ostinata convinzione che siano i “bulletti” a essere fuori posto continua a sorprendermi ancora oggi per la sua pervicacia con cui è attaccata al mio spirito o quel-qualcosa che sento dentro e mi fa sentire “Claudio”. Non un altro, ma “Claudio”. Mi chiedo se, a un certo punto della nostra vita, sia corretto – per una scelta pragmatica e di sopravvivenza – scendere al loro stesso livello.
        Ti rispondo ancora: no.
        Sono papà di due gemelli di sette anni e per la loro formazione ti rispondo: no e poi no.

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  2. Meraviglioso!
    Ancora una volta non faccio in tempo ad avvicinarmi alla parte più didascalica del tuo blog (ovvero quella delle recensioni appassionate ed intellitgenti… Sono in arretrato da settimane nel commentare alcune serie tv splendide che ho visto SOLO grazie alle tue indicazioni, come Dark, vista ed amata dopo il tuo pezzo oppure altre da me viste prima della tua recensione ed apprezzate anch’esse per motivi simili ai tuoi come The Punsiher).
    Si, il tempo è tiranno ed io sono oramai schiavo della tua prosa avvolgente ed impeccabile (ahimé, io amo scrivere ma commetto molti erroi, mentre ammiro, senza invidia ma con anzi sincero compiacimento, la scorrevolezza della tua sintassi, della tua consecutio e della scelta di un dizionario puntuale ma non esoterico), perciò senza riuscire ancora una volta a parlare delle tue recensioni, mi ritrovo a scrivere del tuo nuovo racconto… Perché, mi si lasci dire, tale è.
    Certo, la forma che hai scelto non è quella della shortest novel di taglio fantasy che hai adottato altre volte, oscillando tra la stupefazione in stile vintage (su cui sono cresciuto a livello culturale) degli Asimov e dei Radbury, il cyberpubnk e persino lo steampunk (tutte declinazioni di letterature post-nerd e post-post-moderne e quindi post-iperrealiste), ma, cosa mirabile, hai optato questa volta per la confidenza di taglio giornalistico-emozionale, che mi ha ricordato i narratori statunitensi della fine del Novecento, con i loro racconti pseudo-biografici, tagliati e montati come un editoriale da premio Pulitzer.
    Il microcosmo della vicenda reale (ma anche non lo fosse in tutto non avrebbe alcuna importanza), come nei migliori articoli di un giornale liberal americano (alla Washington Post per intenderci), diventa per te occasione per parlare di educazione e bullismo e di grandi temi della solidarietà umana ed il tutto in così poco righe che sono un vero schiaffo (non voluto ovviamente) alla mia logorrea.
    Sei bravo, davvero bravo e meriteresti certo palcoscenici più ampi.
    Intanto hai la mia stima incondizionata.

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    1. Grazie, sei come sempre gentilissimo, Kasabake. Devo confessare che non mi aspettavo che questo articolo venisse letto, in realtà. L’avevo pensato qualche settimana fa ma, essendo molto “personale”, ho rimandato di volta in volta la pubblicazione infilandoci le più rilassanti (e meno emotivamente coinvolgenti) recensioni. Rispetto ai soliti racconti, in questo caso la scrittura ha ancor di più un finalità “terapeutica” per me e scrivere mi ha aiutato a liberare qualcosina che era rimasto dentro, nascosto nei meandri della mia confusionaria psiche. Una parte di me vorrebbe che ci fossero più persone come Gabriele, per quello che rappresentano. E’ sufficiente fare un giro su facebook per sentire che aria “d’odio” tira. Che si parli di politica, videogiochi o, che ne so, bricolage le offese e la cattiveria proliferano a iosa. Pare che a tutti piaccia avere un nemico, che non ci sia più la predisposizione ad ascoltare prima di partire ad accusare. Buona parte di queste persone, crescerà ( o già cresce) i giovani e, forse, i “bulli” di domani. Non è una bella prospettiva per le future generazioni.

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      1. Come dicevo nel mio commento, questo tuo pezzo ha il sapore di quegli articoli di giornale che si meritano il Pulitzer, proprio quando uniscono altte finalità morali ed una splendida prosa, come appunto è il caso di Gabriele.
        Ancora complimenti.

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