Cosa rimane al giocatore dopo aver finito questo viaggio nella dimora della famiglia Finch in bilico tra reale e fantastico, tra grottesco e filosofico?
Rimane la memoria, il ricordo di una esperienza toccante e, sopratutto, episodi ideati e realizzati in maniera superba ed originale.
Incuriosito dalla caterva di critiche positive con riguardo a questo titolo, appena l’ho trovato in sconto mi ci sono fiondato. Pochi giorni fa ho acceso la console e ho deciso che era giunto il momento di vedere se quel gioco così osannato aveva davvero qualcosa di speciale. Ebbene, What Remains of Edith Finch è realmente un prodotto da gustare il cui ricordo va custodito con cura perché opere del genere nell’attuale panorama videoludico non sono così numerose, sopratutto se pensiamo all’incredibile livello qualitativo che questo titolo si ritrova.

MEMORIA FAMILIARE
Di cosa parla, innanzitutto? Nei panni dell’ultima superstite di una famiglia particolarmente sfortunata emigrata in America, andiamo a visitare la casa nella quale vivevano tutti i parenti al gran completo. Ogni stanza – le cui vie d’accesso non sono molto “tradizionali” – è un loculo che ci racconta la storia di un antenato ed è questo il vero tocco di classe che eleva il gioco a capolavoro. La narrazione. Dovete tener presente che ogni Finch ha vissuto una tragedia che, in un modo o nell’altro, lo ha portato ad una sua prematura dipartita. Attraverso un oggetto (una lettera o un altro elemento del parente) con il quale interagisce Edith, veniamo trascinati nel passato negli ultimi momenti di vita dei vari personaggi, impersonando questi ultimi nelle attività più disparate.

Le situazioni sono le più varie e l’incredibile narrativa crea un’atmosfera che sembra porsi in mezzo tra l’humour nero di una Serie di Sfortunati Eventi ed il tema fiabesco dello Strano Caso di Benjamin Button. Questi racconti ci spaesano, viviamo dramma e poesia allo stesso tempo. Due elementi tenuti insieme da un filo di delicatezza che racchiude ognuna di queste perle.
Di gameplay c’è poco o nulla, ancor meno che in un Life is Strange o nello stesso To The Moon. Rispetto a questi titoli l’ho sentito più “celebrale”. Se gli altri due mi colpivano prima al cuore e poi al cervello, qua è successo l’opposto. Si innesca un meccanismo di curiosità e di coinvolgimento notevole. Non c’è nessun enigma ambientale ma solo una lunga camminata con diversi elementi con cui interagire.

ARS VIDEOLUDICA
La direzione artistica ha un peso enorme nel dare carattere e conferire un’impronta autoriale al tutto, attraverso un comparto grafico eccellente (con una cura maniacale nei più minuziosi dettagli, dai titoli dei libri posti in una libreria agli articoli di giornale appesi alle pareti) ed una colonna sonora splendida. La musica è, infatti, anch’essa una protagonista di questo racconto, ponendo in essere una sinergia con scene talmente particolari e geniali che vi lasceranno a bocca aperta.

Non è un titolo perfetto, la longevità è più bassa della media dei giochi appartenenti allo stesso genere (2-3 ore al massimo) ma per il prezzo al quale l’ho acquistato (una decina di euro), vale tutti i soldi spesi. D’altronde mi è costato quanto andare a vedere un film e What Remain of Edith Finch si pone proprio al limes estremo tra media videoludico e arte cinematografica (gameplay quasi assente e grande impatto della storia). Se volete ancora una volta stupirvi di cosa è al giorno d’oggi “videogioco” e sul potenziale che questo media ha nel coinvolgimento dello spettatore-giocatore, What Remains Of Edith Finch fa al caso vostro.
Fidatevi quando vi dico che, come nelle migliori pellicole, ci saranno scene che vi rimarranno impresse per sempre (non posso descrivervi nulla ma ci sono state delle trovate letteralmente geniali e coraggiose),lo stesso messaggio sotteso a tutto il viaggio (nostro e di Edith) non è banale o inutilmente retorico ma è un altro dono che questa perla videoludica ci offre.
Approfittatene.
Fatevi un regalo e andate a trovare i Finch.
P.S. La cura maniacale in questo titolo è tale che anche i sottotitoli hanno un loro stile ed una collocazione insolita, attraverso una composizione che si articola davanti ai nostri occhi mai in modo banale, aumentando ancor di più l’immersività.

Se ho ben capito si inserisce nel filone dei “walking simulator” alla Gone Home?
Questo genere sta diventando una precisa scelta di design e narrativa di alcune software house indipendenti. Sulla durata concordo con te: dipende dalla coerenza/densità dei contenuti e dall’intensità dell’esperienza. Per un film spendiamo anche più di dieci euro al cinema e giudichiamo l’esperienza, non la durata.
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Gone Home ancora non l’ho provato ma, se dovessi definire un walking simulator, come esempio sceglierei sicuramente What Remains Of Edith Finch. Nessun enigma ambientale, interazioni con gli oggetti non numerosissime, si richiede – in determinati ricordi – al massimo di spostare il pad a destra o a sinistra. Gli sviluppatori (gli stessi di Unfinished Swan, titolo col quale c’è un collegamento, tra l’altro), hanno puntato tutto sulla narrazione. Di solito preferisco un minimo di gameplay (Life Is Strange in confronto è un gioco molto più “dinamico” di questo), ma con una componente artistico-narrativa di questo livello, posso solo applaudire.
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Unfinished Swan l’ho amato! Anche io preferisco il genere di interazione di Life is Strange, ma si vira su un altro genere erede delle vecchie avventure punta e clicca. Questo è forse un sotto-genere tra le avventure alla Myst con una visuale e movimento alla FPS.
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