Eroi in declino: il fascino del tramonto

Tutte le storie che ci parlano di un eroe hanno determinati pilastri fondamentali: uno sviluppo del personaggio, un antagonista, degli ostacoli (il conflitto) ed infine il finale nel quale l’eroe supera le proprie difficoltà. Questo vale sempre, che si parli di  cinema, serie tv, libri o fumetti. 

Questo schema, però, può conoscere varie declinazioni tra le quali ne trovo una particolarmente affascinante (che mi pare di intravedere sempre più spesso): l’eroe crepuscolare.

Il protagonista lo conosciamo, lo abbiamo visto “crescere” sia a livello marziale/intellettivo che a livello umano. Sappiamo cosa ha dovuto affrontare e siamo stati accanto ai suoi successi e alle sue sconfitte. L’eroe crepuscolare ha da tempo raggiunto il suo apice e quell’aurea di invincibilità e infallibilità alla quale siamo ormai avvezzi mostra evidenti incrinature. La sua parabola è in declino. Il tempo lo colpisce, come tutti noi. Qualche ruga, qualche capello in meno, una prontezza di riflessi che non c’è più o un fiato che manca sempre più spesso. Ma non sono solo gli anni ad averlo segnato bensì proprio le avventure ed esperienze che con lui, fianco a fianco, abbiamo affrontato. Il dazio da pagare è esoso anche per l’eroe che diventa sempre più umano, sempre più vicino a noi, comuni mortali. Persone care scomparse, rimpianti,affetti scivolati via, sconfitte sul campo hanno creato delle ferite anche in quell’essere così superiore alle media, colpendolo nel profondo. Trovo tutta l’amalgama di queste componenti incredibilmente forte. In qualche modo l’eroe deve affrontare un ultimo viaggio, un’ultima avventura…con la differenza che mai come stavolta è debole e vulnerabile

Vediamo qualche esempio:

 

BRUCE WAYNE – THE DARK KNIGHT RISES

L’eroe di Gotham ha appeso mantello al chiodo. Ferito nel corpo (una gamba fratturata e aggiungiamoci tutte le varie ferite e segni di combattimenti spericolati nel corso degli anni) ma sopratutto nell’anima. Rachel Downes non c’è più, è morta e lui non ha più voglia di vivere. Si barrica nella sua tenuta ed evita qualsiasi contatto col pubblico. Dimagrito, trasandato e zoppicante: facciamo fatica a credere che lui sia l’uomo dietro la maschera di Batman. La sfida rappresentata da Bane, anziché essere il vero motivo per cui è necessario vivere e non più “sopravvivere” diventa solo il pretesto per una uscita di scena. Alfred, che lo conosce più di chiunque altro, capisce le sue intenzioni

Alfred: The city needs Bruce Wayne. Your resources, your knowledge. It doesn’t need your body, or your life. That time has passed.

Bruce: You’re afraid that if I go back out there, I’ll fail.

Alfred: No. I’m afraid that you want to.

Reclusione, misantropia e tanta amarezza. Bruce Wayne ha gettato la spugna.

Sarà la sconfitta e la prigionia a svegliarlo dal torpore, capendo come si possa vivere oltre Batman (dando vita ad una degna conclusione della saga).  Nolan costruisce un (ex) eroe depresso, privo di stimoli, sconfitto. Bruce Wayne subisce la potenza di Bane, vive in un solitudine grigia e lontano da Alfred. Come imparerà nel “Pit” (che richiama metaforicamente il miracoloso Pozzo di Lazzaro tanto caro a Ra’s al Ghul) sarà proprio la paura di morire la scintilla che gli permetterà di assaporare la propria vita (alla quale ridona finalmente valore), dando tutto se stesso per un fine che va oltre le proprie delusioni e rimorsi del passato.

 

WALTER WHITE – BREAKING BAD

Che dire del più celebre insegnante di chimica della storia della televisione? Nella quinta stagione, dopo che la sua identità viene a galla, è costretto a fare la vita da fuggiasco. Ancora una volta l’aspetto è indicativo: tornano i capelli ed una barba lunga, trasandata. Con fare minaccioso riecco la malattia, quasi a volergli ricordare che la sua fortuna è terminata e che il viaggio sta arrivando alla fine. Eppure un ultimo scatto d’orgoglio, guardando i suoi due ex-soci prendersi il merito del suo lavoro, lo smuove.

Un sussulto d’orgoglio per l’ultimo viaggio di Walter White.

Ritorna nel posto più pericoloso –  a casa –  ed è pronto ad un’ ultima missione. Per una volta si spoglia delle sue scuse e diviene sincero davanti alla moglie Skyler. Ha modo di osservare da lontano il proprio figlio (che lo odia)  tornare da scuola e si assicura che questi abbia un futuro, grazie ad uno dei suoi geniali stratagemmi. Infine, fa i conti col proprio passato e col proprio pupillo-nemico-figlio adottivo Jesse Pinkman. Un cenno del capo basta per tutto. Walter White, stanco e malato muore – ironia della sorte – per un proiettile sparato dalla sua mitragliatrice modificata, quasi a voler essere una metafora del suo percorso criminale che lo ha portato alla morte.

Walter:Skyler. All the things that I did, you need to understand–

Skyler: If I have to hear, one more time, that you did this for the family–

Walter: I did it for me. I liked it. I was good at it. And… I was… really… I was alive.

 

RAGNAR LOTHBROCK – VIKINGS

Fallito il secondo attacco a Parigi, Ragnar scompare. Già prima di tale tentativo le scorie di un passato di delusioni, tradimenti (oltre che di gloria) si erano fatte sentire ma le aveva tenute a bada, si fa per dire, grazie ad una sorta di narcotico made in China. Dopo il ritorno dalla Franchia a Kattegat, scompare, abbandonando il proprio ruolo e la propria famiglia. Solo anni dopo tornerà per un’ultima disperata impresa. Prenderà sputi, offese, sguardi di disprezzo per colui che un tempo era stato un grande ma ora è solo un fallito, colpevole anche di aver mentito al proprio popolo. Eppure è maturato. Ha parole sagge, tenere e di scuse verso le donne che ha fatto soffrire ed i figli che ha lasciato a sé stessi per 8 anni senza dimenticare il compagno di mille avventure (e diverbi) Floki col quale si commiata con un “ti voglio bene”. Tenta il suicidio invano: non è giunto ancora il suo momento e così si decide a mollare gli ormeggi e attraversa il mare per l’ultima volta. Nessuno lo vuole seguire un reietto come è ormai diventato e deve comprare letteralmente coloro che fino a qualche anno prima sarebbero corsi all’inferno per lui. Il percorso con lo condurrà alla fine lo vedrà accanto al proprio “erede” quanto a spirito, acume e spregiudicatezza: Ivar il Senza Ossa. Uno straordinario confronto tra due nemici-amici avrà luogo in quel di Wessex con un Ecbert mai così sincero. Non è da Ragnar agire senza motivo ed anche la sua dipartita avrà uno scopo, facendo parte di un “piano più grande”, ponendo le basi per un’altra età dell’oro vichinga.

 

I ricordi di una vita gloriosa, dei propri successi e dei propri fallimenti.

How the little piggies will grunt when they hear how the old boar suffered.

 

WOLVERINE – LOGAN

Anche il mutante più famoso del cinema è ormai l’ombra di quello che era. E’ invecchiato, malato e, sopratutto, chiuso in un loop infinito, dovendosi prendere cura del Professor X che accusa evidenti sintomi di delirio senile. Una vita senza speranza, che si ripete giorno dopo giorno è quella di Logan.

Malattia, un amico morente e solo ricordi dei tempi che furono. Logan attende la fine…

Tutto cambia quando la comparsa di un ragazzina, braccata da gente poco raccomandabile, lo coinvolgerà in un viaggio senza ritorno, tentando di salvare le future generazioni di “X-Men”. Non sarà facile ritrovare il Logan che sembra ormai essersi assopito. L’amarezza ha preso il posto della rabbia ed il cinismo tipico del personaggio è divenuta una cupa rassegnazione.

To Laura] Hey, I never asked for this! Alright, Charles never asked for this, Caliban never asked for this… And they are six feet under the ground!Now, I don’t know what Charles put in your head, but I am not whatever it is you think I am, okay?

Eppure l’epifanico incontro con una versione più giovane di sé lo sveglierà dal torpore (la giovane Laura), dandogli uno scopo e portando a compimento, forse, la sua missione più importante. Lo scontro finale con un alter ego più violento e senza pietà rappresenta forse lo scontro tra due anime di Wolverine, quella brutale e quella che si batte per un manipolo di ragazzini contro il mondo.

IL DECIMO DOTTORE – THE END OF TIME

Doctor Who è una serie per tutti (grandi e piccini) ma mai come nell’era Davies (volendo considerare unicamente le stagioni del New Who) si sono toccati determinati livelli di drammaticità. Ten ha perso i suoi companions, uno dopo l’altro. Una profezia degli Ood parla della fine della sua “canzone”. Sente che la sua dipartita è vicina ed ha paura. Il suo ego lo ha spinto addirittura ad andare contro le leggi del tempo (Waters on Mars) e la disperazione di essere solo ha fatto capolino più volte, sebbene cerchi di nasconderlo. Quando mai il Dottore piange? Eppure lo fa, in un Caffè, davanti al comprensivo Wilfred. 

Pur riuscendo a sventare un disastro apocalittico per la Terra  del Maestro, giungono all’improvviso i quattro rintocchi che sanciscono la fine. Ed è proprio l’affrontare il proprio destino con un ultimo atto di “gentilezza” (così lo definirebbe Twelve) salvando l’ennesima vita umana, riesce a renderlo consapevole e pronto per lasciare tutto e tutti.

Poteva fare ancora tanto, dice tra sè. Ma poi capisce che è giunto il momento.

Wilf: Look, just leave me.

The Doctor[angrily] OK, right, then, I will. ‘Cos you just had to go in there, didn’t you? You had to go and get stuck, oh yes! Because that’s who you are, Wilfred! You were always this. Waiting for me all this time!

Wilf: Oh, really, just leave me. I’m an old man, Doctor, I’ve had my time.

The Doctor[still angry] Well, exactly, look at you. Not remotely important. But me… I could do so much more! So much more! But this is what I get, my reward. And it’s not fair! [resigned to his fate] Oh… lived too long…Wilf: No [pleads with him to reconsider sacrificing himself]

The DoctorWilfred. It’s my honour. [Enters the booth] Better be quick: three, two, one…

Lo sfogo di rabbia mentre rimpiange di non poter fare di più è solo momentaneo. Ha vissuto troppo a lungo, dice tra sé e sè. Si sacrifica come ha sempre fatto e lo fa per una persona che lo tratta quasi come un figlio ed è un onore per lui. In un lungo ma toccante viaggio Ten saluta tutti i suoi amici fino ad arrivare a dare l’addio a lei, Rose. Per quanto abbia ancora paura, ha finalmente acquisito quella serenità che gli mancava.

 

GERALT DI RIVIA – LA SIGNORA DEL LAGO

Lasciamo il mondo del piccolo e grande schermo e tuffiamoci nella saga letteraria di Sapkowsky dedicata allo Strigo più celebre. Il lungo inseguimento a Ciri ha termine e in una battaglia drammatica la “Compagnia di Geralt” si scioglie combattendo per un’ideale e sacrificandosi per lui. I lutti, i tradimenti, le sofferenze patite in una grande ricerca chiedono il hanno un prezzo e decide di abbandonare la professione di cacciatore di mostri. Un pensionamento al quale non credono i suoi (pochi) amici rimasti ma che sembra essere una decisione definitiva.

Resterete sicuramente di stucco, vecchie volpi, ma sono giunto alla conclusione che pisciare contro il vento è stupido. Che rischiare la pelle è stupido. Anche se è qualcuno che paga. E la filosofia esistenzialista non c’entra niente. Non ci crederete, ma all’improvviso la mia pelle mi è divenuta particolarmente cara. Sono giunto alla conclusione che sarebbe stupido rischiarla per difendere il prossimo.

Il destino, però, ha in serbo per lui altro e un ultimo incarico: difendere degli innocenti non da mostri strani e assetati di sangue…ma da altri esseri umani inferociti.

Mano alla spada…per l’ultima volta.

 

Tutti questi personaggi, in piena parabola discendente hanno lacerazioni profonde nell’anima e nel fisico. I loro limiti sono evidenti e il loro oblio sembra essere ancora più travolgente di quello delle persone “normali” dato la loro “grandezza passata”…eppure una motivazione si fa spazio in quella nebbia grigia che era diventata la loro esistenza e, piano piano, smuove e agisce su tutte le risorse che hanno ancora a disposizione bisbigliando e poi urlando dentro di loro: “ancora una volta, un ultimo viaggio, un’ultima impresa impossibile, chiudi in bellezza”.

Una lezione che può essere fatta nostra. Quando tutto sembra perduto, quando i tempi di gloria ci sembrano vetusti ricordi possiamo ancora dire la nostra, fino a quando lo spirito che ci ha contraddistinto rimarrà non ci sarà ostacolo che tenga. Si tratta solo di un risveglio e forse l’avanzare degli anni ci ha anche insegnato qualcosa che potremo sfruttare a nostro vantaggio.

E’ magnifica l’immagine dell’eroe nel suo pieno splendore farsi largo tra i nemici ed eliminare tutti gli ostacoli ma rivederlo quando nessuno gli da’ più credito ha tutto un altro sapore.

Perché, diciamocela tutta, c’è davvero qualcosa di più affascinante nell’ultimo canto del cigno di una leggenda?

 

 

“Perciò, uno come me deve andarsene, e devo dire la verità: la tua è stata una buona idea, all’altezza dei tempi nuovi. Con il tuo finto duello, hai trovato il modo più pulito di farmi uscire dal West. Del resto io sono stanco, e gli anni non fanno dei sapienti, fanno solo dei vecchi, è vero che si può essere come te, giovani di anni e vecchi di ore. “

 

Jack: Perché vuoi farmi diventare un eroe?

Nessuno: Ma lo sei già. Ti manca solo un gran finale, ti manca l’impresa da leggenda.
Jack: Quello che non riesco a capire è perche a te importa tanto.
Nessuno: Un uomo che è un uomo deve credere in qualcosa.
Jack: Nella vita ho incontrato di tutto, ladri, assassini, preti e preti spretati, ricattatori, ruffiani, perfino qualche uomo onesto, ma uomini soltanto mai.
Nessuno: Proprio di quelli parlo: non si incontrano quasi mai, ma sono gli unici che contano.

Il mio nome è Nessuno

14 pensieri riguardo “Eroi in declino: il fascino del tramonto

  1. Le storie di “eroi in declino” mi colpiscono sempre, per forza, direi visto che ho la fissa per i personaggi imperfetti e fragili. Mi è piaciuta molto questa cavalcata verso il crepuscolo, ma perché hai dovuto riaprire la ferita di Ten? ( 😦 ci ho messo un po’ a superare l’addio di questo Dottore visto che è stato lui a farmi appassionare alla serie). Buone letture e buone visioni da nerd, ci si vede al prossimo articolo 😉

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    1. Eh eh, il riferimento a Ten era d’obbligo, quelle del sacrifico per Wilf e gli addii successivi sono tra le mie scene preferite di tutto Doctor Who (e non solo)…ed io che pensavo che con Doomsday si fossero versate tutte le lacrime. Mi sbagliavo. Grazie del commento e alla prossima!

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  2. Tu, che sei divenuto un lettore generosissimo del mio piccolo blog, sai bene quanto io sia interessato alla figura dell’eroe ed alle sue diverse coniugazioni… Puoi dunque capire bene la mia gioia nel ritrovare (ancora una volta) una passione ed un’intelligenza critica così a me affine come quella che hai potentemente espressa in questo post e senza la logorrea noiosa che invece ahimé contraddistingue ciò che scrivo io!

    Sono pienamente d’accordo con la tua disamina della figura dell’eroe crepuscolare, diventata anch’essa archetipo e topos, affiancandosi a quella dell’eroe classico e dell’eroe esistenzialista: impeccabile, in questo senso, anche la scelta dell’immagine copertina dell’articolo, con la cavalcata verso il tramonto dei protagonisti del terzo Indy (dove c’è un eroe crepuscolare fenomenale, come il papà di Indiana), che poi evoca il concetto sesso di Western del Crepuscolo (come i capolavori di Sam Peckinpah).

    Ho apprezzato anche i tuoi esempi, ognuno a mostrare diverse sfaccettature dell’idea di eroe crepuscolare (a partire da uno dei miei film preferiti in assoluto, il troppo bistrattato TDKR)… “[…] Sarà la sconfitta e la prigionia a svegliarlo dal torpore […] e dici bene, con un’ottima sintesi.

    Mi fermo ora sul concetto di “Canto del Cigno”, che è poi la più gettonata dagli sceneggiatori delle soluzioni ai plot con protagonista un eroe al tramonto: c’è una cinematografia intera, fatta di orgoglio e senso del sacrificio (più suicidale che patriottico), in cui l’eroe di turno, invecchiato o sconfitto o semplicemente accantonato, sceglie di compiere un’ultima missione, un ultimo atto di coraggio per lo più senza possibilità di ritorno, con un patto sodale stretto con lo spettatore, che sa che ciò che compie non ha il sapore del sacrificio eroico classico (come nei Samuari del capolavoro di Kurosawa, in cui il destino e l’onore sociale lo portano a mettere sull’altare la loro vita per salvare i villici), ma il sapore più disperato del riscatto.

    Ecco, ancora una volta, le tue mirabili parole, “[…] In qualche modo l’eroe deve affrontare un ultimo viaggio, un’ultima avventura…con la differenza che mai come stavolta è debole e vulnerabile […]” che riassumono il topos stesso.

    Abbiamo così l’ultimo lavoro in pelle del detective-replicante Deckard cacciatore di replicanti (“You’ve done a man’s job, eh?” gli urla Gaff alla fine, sottolineando la sua natura non umana), l’ultima crociata della tua immagine di copertina, l’ultimo atto di eroismo dello sceriffo Cogburn (sia nella versione di Henry Hathaway, sia in quella dei fratelli Coen di “True Grit“) e perisno l’ultima missione del Stacker Pentecost di “Pacific Rim”… una condanna a morte che diviene occasione per un gesto salvifico solo per la propria anima.

    Quando leggo articoli così pensati e così accurati come questi, non riesco a smettere di viaggiare con il ricordo ed il pensiero: grazie Amulius!

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    1. Grazie per i tuoi commenti mai banali e ricchi di spunti e riflessioni ma ti devo muovere un appunto: siamo proprio sicuri che per Deckard si sia trattata dell’ultimo lavoro? (ogni riferimento all’imminente sequel di Blade Runner non è puramente casuale).

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      1. Hai ragione, Amulius: ciò che l’ultima missione del Detective Deckard aveva rappresentato nella versione Final Cut del Blade Runner originale ( non prendo neanche in considerazione quella manipolata dal produttore e distribuita in prima battuta ai cinema con l’insopportabile voice over a spiegare tutto) ora potrebbe non valere più!
        Prodigi dei sequel!!!

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  3. Io ci spero da quando uscì l’annuncio… ci scrissi anche un post allora…
    A proposito di questo sequel (su cui sono felice per altro che la mente di molti nostalgici che si opponevano all’idea si stia finalmente aprendo, Ma quanto sono belli i cortometraggi che hanno fatto circolare per la campagna virale? Quelli diretti dal figlio di Ridley Scott sono splendidi, in particolare quello con Dave Bautista…

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