Può il media videoludico dire la sua su temi delicati, senza banalizzarli?
Può un videogame affrontare in materia matura e inaspettatamente profonda la tematica della guerra? E, sopratutto, può farlo senza cadere nella facile retorica e allo stesso tempo prendendo una precisa posizione anche se dirompente?
Voglio parlarvi di un gioco sottovalutato, passato quasi in sordina e che è stato, commercialmente parlando, un vero e proprio flop.
Lo presi su Steam in offerta ormai parecchi anni fa e non sapevo cosa aspettarmi. Una buona grafica per l’epoca, uno sparatutto in terza persona con una ambientazione intrigante ma niente di più. Questo mi sembrava di primo acchito. Un gioco come tanti, fatto da un team non troppo conosciuto. E invece, ancora a distanza di anni, lo ritengo uno dei giochi con la trama più potente su cui abbia messo le mani. La Yager Development ha creato una perla rara che è già un cult nel mondo dei videogiochi.
Ma andiamo con ordine.
Il genere degli sparatutto, per i meno avvezzi, è uno dei generi “storici” dei videogame. Non sono pochi i giochi innovatori, veri e propri capisaldi della storia videoludica, a rientrare in questa macro-categoria. Colpisci e fai fuori i nemici. Su questo semplice concetto si basa uno “sparatutto”. L’ambientazione potrà cambiare, potrà essere in prima o in terza persona ma il gameplay più o meno tattico si basa sul far fuori più avversari possibile. In questo contesto, non è comune trovare una narrativa intrigante e profonda. O abbiamo il solito contesto bellico di natura storica (ad es. la abusatissima Seconda Guerra Mondiale) oppure possiamo trovarci a fronteggiare temute invasioni aliene o scenari usciti fuori da un romanzo di Clancy. Non mancano le eccezioni tra le quali spicca Half Life 2 e, sotto certi aspetti, la saga di Bioshock. In un panorama attuale che si appiattisce e che privilegia il multi-player e la spettacolarizzazione a discapito di un trama più o meno lineare, Spec Ops è stato un fulmine a ciel sereno.
SI TRATTA SOLO DI SPARARE?
L’idea di fondo è adattare Cuore di Tenebra ai giorni nostri ma, anziché addentrarci lungo il fiume nell’Africa più nera, in Spec Ops finiamo tra la sabbia rovente ed edifici fatiscenti di una Dubai allo sbando, devastata dalle intemperie. Menzione d’obbligo per una direzione artistica che gioca sul contrasto tra la ricca ed opulenta città che era prima del disastro e quello che ne è rimasto quando i nostri arrivano. E’ riuscito il contrasto tra il lusso sfrenato di Dubai e la desolazione che l’ha travolta con edifici magnifici semidistrutti e hotel insabbiati. Come puro gameplay non ha niente di innovativo, l’IA dei nemici fa il minimo sindacale, gli scenari sono suggestivi ma niente fa gridare al miracolo. A livello grafico si difende discretamente ancora oggi ma il colpo d’occhio è più dovuto alla direzione artistica che al dettaglio delle texture.
Eppure, già dopo la prima mezz’ora di gioco si comincia a respirare un’aria insolitamente opprimente.

Regna il caos e dobbiamo trovare un colonnello scomparso. Non abbiamo altre informazioni. Il protagonista è un soldato come tanti con pochi ma solidi principi. Il viaggio che intraprendiamo al suo fianco (e con i suoi unici due compagni d’arme) lo travolgerà progressivamente, erodendo la parte umana sua…e nostra. La parola chiave per poter leggere questo gioco così particolare è “percezione”. Il giocatore percepisce ciò che sente il suo alter ego virtuale e, in un certo senso, pensa come quest’ultimo. Non saranno poche le volte in cui ci chiederemo il perché del disastro che abbiamo attorno o che dovremo fare i conti con una coscienza che comincia a farsi sentire.
E’ strano dover scrivere di un gioco che ha come meccanica principale quella di ammazzare chiunque ti si pari davanti (soldati allo sbando e non solo) ma che al contempo prende una posizione in merito alla brutalità della guerra.

EROISMO E REALTA’
L’idea di eroe che tipicamente ci aspetteremmo da un prodotto di questo genere viene completamente capovolta in uno dei finali più belli e sbalorditivi che io ricordi.
C’è un nemico: chi dovevamo salvare è impazzito. Tutto pare lineare, semplice. Dopotutto in una guerra deve esserlo. Le parti devono essere ben definite per poter andare avanti, per poter sopportare e per giustificare determinate scelte. Ma è davvero così?
Realtà e mistificazione, inconscio e consapevolezza, brutalità e lacrime. Tutto questo racchiuso in un gioco.

Vi do un consiglio: provatelo. Ormai costa una cifra irrisoria, non ci sono scuse. E’ una esperienza unica, mettetevi nei panni insabbaiati del protagonista, fate le sue scelte e quando i giochi saranno finiti godetevi il finale straordinario. Credetemi, ne vale davvero la pena. Non posso rivelarvi niente di più della trama perché mai come in questo caso significherebbe rovinarvi completamente un’esperienza che invece merita di essere vissuta senza anticipazioni.
Spec Ops: the line parla di un confine, di una linea. La linea di demarcazione tra sanità mentale e follia, tra noi ed il nemico, tra la bestialità e l’umanità. Lo spirito di profondo terrore (o orrore come direbbe il Kurtz di Brando in Apocalypse Now) ci aspetta ed è pronto a trasformarci dopo il salto nel suo abisso.
