Arrival: il cerchio si chiude

La Fantascienza con la F maiuscola. Che bellezza. Dopo Interstellar, finalmente abbiamo un’ altra grande opera che, come da tradizione sci-fy (non mi stancherò mai di ripeterlo), utilizza il pretesto fantastico e scientifico come strumento per parlare di noi, degli esseri umani.

Villeneuve plasma un film che nella sua prima parte è molto “canonico” come opera di genere fantascientifico. Abbiamo dei misteriosi alieni con il mondo in costante apprensione. Ma sopratutto abbiamo lei, una splendida Adams che ancora una volta mostra la sua grandezza nel presentarci una linguista con un dramma familiare che ci ossessiona per tutta la pellicola, senza apparente motivo. Umanissima (recita con gli occhi. Allucinante,) in questo ruolo che mi ricorda la Jodie Foster di Contact, meno “fredda” e più vulnerabile, la nostra Louise avrà ovviamente un ruolo chiave in questo “contatto” con gli alieni, aiutandoci a capire cosa vogliono da noi. In un mondo spaventato e diviso, tra incomprensioni, possibili conflitti, collaborazioni scientifiche transcontinentali (e mai ora una linguista è cruciale, capace di parlare e comprendere lingue/Paesi/mondi/culture differenti) la trama per la prima metà film scorre senza grandissimi picchi. “Un film fantascientifico molto classico” ho pensato. Ma mi aspettavo di meglio.

E nel secondo tempo sono stato accontentato. Il puzzle si chiarisce mano a mano, nessuna trama alla Nolan, per intenderci. Niente di complesso, basta saper cogliere gli indizi e farci guidare dalle sensazioni. il regista canadese gioca col montaggio che mai come stavolta è funzionale alla trama e non serve solo a movimentare la presunta linearità di quest’ultima. Siamo confusi, spaventati come Louise. E poco possono aiutarci i comprimari (in parte) Renner e Whitaker che sono, per l’appunto, tali senza possibilità di oscurare la determinata ma sempre più fragile linguista.

Louise, linguista ma sopratutto madre.
Louise, linguista ma sopratutto madre.

Più andiamo avanti, più l’atmosfera tra il malinconico ed il misterioso diventa palpabile. La fotografia è molto fredda ma non è mai relegata a mostrarci ambienti asettici. Anzi. Le inquietanti navicelle-uova sono poste su grandi praterie o in mezzo all’oceano, in mezzo alla natura selvaggia.  L’atmosfera ci porta sempre più a pensare al destino di Louise più che a quello del mondo, dato che non possiamo non empatizzare con un personaggio scritto ottimamente ma sopratutto reso alla grande da una Adams in formissima che viene da un 2016 stratosferico (pensate al decadente personaggio di Animali Notturni, così lontano dalla nostra Louise. Una candidatura come Miglior Attrice secondo me era dovuta). E così arriviamo al gran finale, che salvo qualche piccola sbavatura, chiude il cerchio. Alla grande. 

Il linguaggio dei nostri cari Eptapodi. Interessante anche la "scienza" dietro la sua interpretazione.
Il linguaggio dei nostri cari Eptapodi. Interessante anche la “scienza” dietro la sua interpretazione.

Tutto torna, anzi “gira”.

Torniamo all’inizio, alla Fantascienza con la F maiuscola. Ma davvero è l’inizio? Una recensione deve per forza essere lineare e avere un punto di partenza e uno di arrivo?

Il messaggio finale ci parla di una scelta così tremendamente umana che finirà per commuovere ( con la lacrimuccia con la quale ormai chiudo tutti i film che vado a vedere al cinema. Dopo Rogue One e Lalaland anche qua “mi è entrato qualcosa nell’occhio.”).

Non è un film per tutti, sia chiaro. Se vi piace la fantascienza più riflessiva, è il vostro film. Se, invece, vi aspettare un bel conflitto con testate nucleari, invasioni aliene, andate a vedere altro.

P.S. 1  Villeneuve, sei uno dei migliori sulla piazza. Sei finito in mezzo al progetto del sequel di Blade Runner. Auguri. Spero davvero che tu riesca nell’impresa di creare un secondo capitolo all’altezza del primo.

P.S. 2  Notevole l’accompagnamento sonoro. Malinconia ovunque. Da brividi.

P.S.3  Appena ho visto le prime navicelle…ho pensato “Se fossero di cioccolato. sarebbero delle uova di Pasqua spettacolari”. Si, non sono normale. 

P.S.4  Adams “nuovo Di Caprio”? Versatile, espressiva, bellissima. E niente candidatura. Tre anni fa, dopo aver visto American Hustle, dicevo che l’Oscar era questione di tempo. Il tempo (tema mai così appropriato col film in esame) è passato e io aspetto ancora.

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