Ho preso, come al solito, la tramvia.
Per una volta sono in anticipo e posso assaporare il breve viaggio.
C’è un qualcosa di profondamente intimo e romantico. Siamo lontani dal chiasso assordante di un autobus o dallo sporco di un treno regionale. L’unico rumore è quello discreto, pare quasi che si vergogni, dei vagoni che viaggiano sui piccoli binari.
L’impressione è di essere su un piccolo treno giocattolo, come il magnifico trenino della Lego che facevo girare in tondo nella mia stanza. Sale e scende, incontra una galleria per poi risalire, timido, alla luce del sole. Mi ricorda il mitico “Bruco” di Tirrenia, probabilmente la montagna russa per bambini più lenta mai creata: talmente lenta che durante la corsa non era raro appisolarsi. Il serpente grigio si fa spazio nel Parco delle Cascine e il verde si affaccia dai finestrini.
Data la minima velocità del tram, gli alberi non sfrecciano dai vetri ma camminano lentamente, facendosi osservare, quasi ad accogliere il passeggero in una sorta di tour guidato. I posti a sedere sono posizionati ai lati e, in questo modo, i passeggeri siedono uno di fronte all’altro, sui piccoli sedili, come vecchi compagni di scuola invitati alla tradizionale cena.
La voce femminile scandisce con calma ma allo stesso tempo con decisione le fermate, quasi a svegliare i passeggeri dal torpore inevitabile del piccolo trenino grigio.
Sono di corsa.
Apro quelle maledette porte automatiche attraverso il pulsante apposito (quando sei di fretta non si aprono mai). Faccio a spintoni per trovare un posto. In piedi, ovviamente.
I seggiolini ai lati sono stati disegnati per dei bambini delle elementari. Una signora corpulenta già ne occupa due. In effetti tutto sembra essere pensato per dei bambini. La velocità innanzitutto. Dieci minuti per fare qualche chilometro. E non sia mai che qualche deficiente decida di attraversare i binari. Il potentissimo apparato frenante impiega un minuto buono per arrestare questo trabiccolo che andrà forse sui cinquanta all’ora. Per ripartire si perde altro tempo. Un’agonia.
Per non parlare della detestabile voce da maestrina che ti tempesta i timpani ogni trenta secondi. Non si accontenta di dirti la fermata. No, dato che presuppone che l’utenza sia composta appunto da infanti, si premura di ricordarti in continuazione anche la prossima. Scandisce le parole lentamente, sicura della tua stupidità.
E così, già incavolato per essere in ritardo, devi sorbirti il viaggio turistico attraverso le Cascine, dove tra gli alberi spuntano le fermate deturpate da murales di dubbio gusto.
Quando finalmente arrivi alla sospirata fermata, dopo il consueto avviso della Voce, è una liberazione. Si aprono le porte e finisce l’incubo.

