L’Ultima Fermata

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Le porte giallognole si chiudevano come una fisarmonica, lasciando la cabina illuminata dalla luce lunare del neon.

Vecchio. Continuava a risuonare nella sua testa, senza soste.

Vecchio. Un’eco che non smetteva di rimbombare nel canyon del suo cervello.

Come aveva osato? Come si permetteva di usare quell’espressione? Vecchio poteva essere il solito signore che saliva alla fermata di Piazza Maggiore –  quello che impiegava due minuti buoni a salire ansimando sulla vettura –  o il signore che riusciva a malapena a distinguere la fessura dove timbrare il biglietto. Non scherziamo. Vecchio lui?

La mattina, dopo la solita discussione, si era guardato  un secondo in più allo specchio. Il bianco avanzava inesorabile, fagocitando il nero dei suoi baffi, giorno dopo giorno. Ma sapeva che non era quello il problema. Vecchio. Quando Sara gliel’aveva rinfacciato per l’ennesima volta, non era per il suo aspetto. No. Lui non “capiva”, “non ci arrivava”. Non poteva dirle cosa fare. Ormai lei era grande, che si facesse i “cavoli suoi”. Lei era grande, lui era solo Vecchio.

Poco importava se trascurava lo studio e se parlava sempre meno con i suoi genitori che la mantenevano. Poco contava se frequentava un tipetto della peggior specie, senza presente e senza futuro.

Aveva cercato per tutto il giorno di scacciare quei pensieri, come delle zanzare fastidiose, concentrandosi sul tragitto. Prima, seconda, terza fermata. Il campanello col suo suono acuto. La confusione a bordo. “Permesso”, “Lasciate scendere”, “Ho suonato, che fa, non si ferma?”,”Biglietto Prego”,”Potrebbe cedermi il posto?  Sa, la gamba…” E poi i deficienti in motorino, gli sconsiderati in bicicletta e quei maledetti in doppia fila. Doveva solo arrivare a casa, distendersi sul divano e dimenticare tutto, se ce la faceva. Ancora un anno e poi la sospirata pensione. Che andassero tutti a quel paese.

Poi tutto era successo senza nemmeno che se ne accorgesse. All’incrocio per poco non veniva messo sotto un ragazzo col motorino. Ovviamente lui aveva rispettato la precedenza. Eppure il giovane continuava a sbraitare, puntando il suo indice verso la sua cabina. Era sceso, insieme ai suoi passeggeri e aveva anche alzato la voce, cercando di spiegare che lui quel dannato stop lo aveva rispettato. Una parola tira l’altra, e così si era ritrovato a rispondere per le rime a quell’ arrogante figlio di papà.

Aveva mandato a quel paese quel maleducato e se ne era tornato su, nella sua postazione. Che si lamentasse con i passanti, il deficiente. Si era sistemato con calma sul sedile, aveva posizionato l’auricolare. Di sicuro con quel macello i vigili sarebbero arrivati da un momento all’altro. Era stato allora che aveva sentito ancora quella dannata parola. Il ragazzo non si era ancora tolto il casco, come se fosse un elmo capace di proteggerlo in un ipotetico duello all’arma bianca. Dentro quel casco poteva esserci il volto dello sbandato fidanzato di sua figlia, chissà.

Voleva discutere? E allora che venisse nel suo territorio.

Gli aveva fatto così cenno di salire. Un attimo di esitazione era balenato da quel fisico asciutto adombrato dal casco scuro, come un alieno sceso sul pianeta sbagliato. Poi aveva salito il gradino ed era entrato. Le parole grosse risuonavano nel veicolo mai così leggero. Il dito era scivolato sul pulsante, la fisarmonica si era ripiegata.

Il ragazzo si era girato di scatto ma ormai era troppo tardi.

Un Vecchio si stava preparando a colpirlo.

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