In principio è il cloro.
Un’essenza che riesce ad insinuarsi nelle narici e che permea qualsiasi oggetto ed essere vivente all’interno della piscina.
All’inizio il naso fatica ad abituarsi a questo odore così alieno, poi col passare dei minuti e delle ore diventa un vecchio amico che ci saluta con una sua amorevole zaffata al momento dell’apertura della porta d’ingresso.
Non possiede però il monopolio dell’olfatto, malgrado sia senza dubbio il nostro anfitrione, caldo e accogliente con i suoi ospiti. A fargli compagnia appaiono, all’improvviso, odori diversi: quello delle ciabatte di spugna umide, del silicone di cuffie più o meno integre, della plastica usurata degli occhialini, degli svariati saponi i cui rivoli colano nelle griglie delle docce.
Questa variegata congerie va ad amalgamarsi con il cloro, contribuendo a creare l’ atmosfera del pianeta-piscina. Come ogni esploratore dello spazio che si accinge a muovere i primi passi nel territorio ignoto di un pianeta alieno, il nuotatore indossa la sua muta d’ordinanza – costume,occhialini,accappatoio e ciabatte – per poi passare attraverso l’angusto passaggio del lavaggio piedi, nel quale l’acqua gelida va a sommergere piedi accaldati da calzini e scarpe da tennis. Questo costringe il povero malcapitato ad ingegnarsi per saltare con un balzo la pozza maledetta, evitando in tal modo di bagnare il suo mantello spugnoso.
Davanti a lui si apre all’improvviso la conosciuta cacofonia di bracciate e di commenti di allenatori perennemente insoddisfatti.
Giunti a questo punto, è d’obbligo distinguere i casi in cui il nostro esploratore è puntuale da quelli in cui deve raggiungere (o quantomeno dare l’impressione di potercela fare) la propria corsia nel più breve tempo possibile. Se nel primo caso può dilettarsi nel camminare lentamente osservando il panorama dei suoi poveri colleghi (e avvenenti colleghe) che sfiatati faticano in vasca, nel secondo deve sfidare le leggi della fisica affrontando, con delle calzature aventi l’abitudine di slittare anche sul cemento, le sdrucciolevoli mattonelle del bordo vasca. Il confine tra gloria e beffa in mondovisione è alquanto labile ed il numero dei caduti non è esiguo.
Una volta giunto integro – in tutto o in parte – a bordo vasca, occorre affrontare la frescura dell’acqua che, dopo la consistente sudata dovuta al breve ma intenso tragitto, è un toccasana.
Poi inizia il lavoro. Si spengono tutti i pensieri e gli affanni, l’importante è solo nuotare.
Gambe che sbattono ,braccia che spingono, bocca che si apre, capriola e poi si ricomincia.
Dopo qualche decina di minuti, il nostro giovane si trasforma in un tritone e pensieri esistenziali fanno capolino per galleggiare nella sua testa mentre il corpo naviga col pilota automatico.
Di tanto in tanto l’acqua filtra in bocca e, nei casi peggiori, anche nel naso. Penetra anche negli occhialini la cui calibrazione è un’arte artigiana che viene appresa con gli anni e, sopratutto con tanti occhi arrossati. La corsia di anelli biancorossi diventa una scialuppa di salvataggio alla quale aggrapparsi, quando all’improvviso i muscoli prendono coscienza di aver macinato chilometri, senza però dilungarsi troppo per non dare l’impressione di non averne più.
Dopo un tempo indefinito, arriva il tanto atteso annuncio dell’allenatore: è l’ora di uscire.
Il tritone torna umano e la coda si ritrasforma in un paio di gambe. Le punte delle dita ancora sono segnate da delle fossette, come delle piccole squame. Il nuotatore si issa a bordo vasca e osserva stranito il micro-cosmo che gli si para innanzi. Fa mente locale dei suoi impegni sulla terraferma.
E’ il momento di tornare sul suolo terrestre.
Non prima, però, di aver inalato l’ultima zaffata di cloro.

