Una crociera sul Pequod

La scorsa settimana ho finito di leggere Moby Dick. In lizza per essere il miglior libro su cui abbia mai messo gli occhi.

Di sicuro ci sono milioni di persone capaci di scrivere recensioni illuminanti nonchè piene di riferimenti e spunti. Io, nel mio piccolo, voglio solo illustrarvi le mie impressioni.

Che dire? E’ stata una lettura appassionante,intensa,un viaggio dentro l’essere umano. L’avevo iniziato per sbaglio, me lo sono trovato sottomano e ho cominciato a leggere il primo capitolo. E’ stato amore a prima vista. La prima cosa che mi ha sorpreso è stata l’ironia che emergeva tra le righe, con la quale Melville raccontava al lettore quali fossero i motivi che spingevano “Ismaele” a prendere la via del mare. Mi immaginavo il solito mattone, pieno di descrizioni e con un linguaggio antiquato. Invece eccomi a sfogliare le pagine, sorridendo e riflettendo al tempo stesso. Si, avevo deciso di imbarcarmi pure io sul Pequod.

 

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa — non importa ch’io vi dica quanti — avendo poco o punto denaro in tasca e niente che particolarmente m’interessasse a terra, pensai di mettermi a navigare per un po’, e di vedere così la parte acquea del mondo. Faccio in questo modo, io, per cacciar la malinconia e regolare la circolazione. Ogniqualvolta mi accorgo di mettere il muso; ogniqualvolta giunge sull’anima mia un umido e piovoso novembre; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, dinanzi alle agenzie di pompe funebri o pronto a far da coda a ogni funerale che incontro; e specialmente ogniqualvolta l’umor nero mi invade a tal punto che soltanto un saldo principio morale può trattenermi dall’andare per le vie col deliberato e metodico proposito di togliere il cappello di testa alla gente — allora reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare.

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Melville era un genio, poche storie. Quello che ha creato è qualcosa di unico, un romanzo che non è “solo” un romanzo. Se volete un romanzo di avventura ci sono letture più appassionanti e veloci rispetto a Moby Dick. Perchè quello che ho scoperto, dentro le oltre cinquecento pagine del libro, è come alla fine si parli della vita stessa, della nostra esistenza, del rapporto dell’Uomo con l’Universo e la Natura. L’elemento filosofico è profondamente scolpito nell’opera e ogni due-tre pagine fa capolino con certe riflessioni che mi hanno davvero lasciato a bocca aperta.

Si dànno, in questo affare strano e confuso che chiamiamo vita circostanze e occasioni bizzarre nelle quali si prende tutto l’universo come un gran tiro birbone, anche se non se ne capisce che vagamente il senso, e si ha più che il sospetto che tutto quanto il tiro sia stato giocato soltanto alle proprie spalle. Tuttavia, niente serve a scoraggiarci, per niente sembra valga la pena di metterci a litigare. Si buttan giù tutti i fatti, tutti i culti, e le credenze, e le opinioni, tutte le asperità visibili e invisibili, per nocchiute che siano; come uno struzzo dallo stomaco possente trangugia pallottole e pietre focaie. E in quanto alle difficoltà e alle angustie di poco conto: prospettive d’improvvisa rovina, pericolo di rimetterci la vita o un braccio, tutte queste cose, e perfino la morte, sembrano non più che bottarelle date bene e con le migliori intenzioni, allegre gomitate impartite da quel vecchio invisibile e inspiegabile d’un giocherellone.

E ancora:

ll giro del mondo! In questa frase c’è di che ispirare orgogliosi sensi; ma dove mai conduce tutta questa circumnavigazione? Attraverso pericoli innumerevoli, solamente allo stesso punto dal quale siamo partiti, dove coloro che ci siamo lasciati dietro, al sicuro, sono sempre stati davanti a noi.
Se questo mondo fosse una pianura senza fine, e navigando a est potessimo raggiungere sempre nuove lontananze e scoprire visioni più dolci e strane di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora sì che il viaggio prometterebbe qualcosa. Ma inseguendo quei misteri che popolano i nostri sogni, o torturandoci a dar la caccia a quello spettro diabolico che prima o poi nuota innanzi a tutti i cuori umani; andando così a caccia intorno a questo globo, queste cose o ci trascinano in sterili labirinti o ci lasciano, sommersi, a mezza strada.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f7/Queequeg.JPG
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f7/Queequeg.JPG

“Si, ok” direte voi “ma la storia?”. La storia c’è e non c’è. Iniziamo seguendo le imprese di Ismaele e del suo imbarco e poi, col passare del tempo è come se questo “protagonista” sfumasse o facesse un passo indietro e fossimo noi e l’autore a bordo della più famosa baleniera di tutta la letteratura ad osservare direttamente gli eventi.  

Chi ha letto/leggerà Moby Dick noterà come la trama vera e propria (Achab vs Moby Dick) sarà ad intermittenza, prendendosi delle luuughe pause. E dentro a questi spazi cosa troviamo? Di tutto, signori.Di tutto. Non solo la filosofia di cui sopra ma anche nozioni storiche, biologiche, letterarie in tema di balene e baleniere. All’inizio, spaesato, mi dicevo “ecco il solito classico ottocentesco: l’autore ora ci indottrina, mostrandoci le sue innumerevoli conoscenze”. Fortunatamente non mi sono fermato a metà libro e  ho dato fiducia al buon Herman. E ho fatto bene. Tutto ciò che inserisce e che potrebbe sembrare un qualcosa di accessorio, divagante, fuori tema è in realtà fondamentale per calarci proprio nei panni di un baleniere del 19 secolo. Melville qualcosa della materia ne sapeva, avendo svolto la professione per anni in giro per i mari di tutto il mondo (ah tra parentesi, il Sig. Melville lascia la scuola a 15 anni. E scrive questo capolavoro della letteratura. No comment.) e ci trasmette quanto ha appreso, empiricamente per così dire, sempre filtrando il tutto con ironia e una forma superba. Se non avessi letto tutte le tecniche e in generale quasi tutto lo scibile sulla caccia al capodoglio dell’800  che è descritto nel libro, forse non avrei vissuto allo stesso modo gli eventi delle ultime 20 pagine dove la trama giunge alla conclusione. Tra l’altro è interessante come il cacciatore di balene Melville avesse una vera e propria venerazione per questo gigantesco “leviatano”. La caccia diventa rituale, sfida contro il più degno di tutti gli avversari, colui che abita il  pianeta ben prima che i nostri antenati facessero la loro comparsa.

Ma non c’è solo nozionismo, per quanto utile. C’è anche molta poesia e, sopratutto, molto teatro. Prendete un monologo di Achab e capirete. I personaggi parlano come se fossero su un palcoscenico, i loro stessi pensieri hanno un imprinting teatrale. Questo è il motivo per il quale, secondo me, è più facile trasporre l’opera in un teatro piuttosto che sul grande schermo. Del film del 56 salvo solo l’immenso Peck (che è diventato l’Achab per antonomasia), il resto non riesce a dare le stesse sensazioni del libro.

A proposito del celebre capitano, mi sembra d’obbligo soffermarsi sul vero protagonista di tutta la vicenda (insieme al “Mare”). Nell’immaginario collettivo è il capitano pazzo senza una gamba, consumato da una sete di vendetta verso la Balena Bianca. In realtà è un personaggio più complesso. E’ un uomo lacerato, il suo stesso aspetto lo dimostra: non solo la candida gamba d’avorio ma anche una sorta di cicatrice che portava dalla nascita, la quale “spezza”, taglia in due il suo corpo dalla testa ai piedi. Come tutto in quest’opera, anche l’aspetto del capitano è profondamente pregno di significati e di simbolismo. Non è però un semplice “svitato” ma qualcosa di più. Il suo atteggiamento monomaniacale è accompagnato da momenti riflessivi di grande lucidità e il suo lato “umano” lo possiamo apprezzare qua e là durante la navigazione ad esempio nel suo celebre monologo in risposta alle perplessità di Starbuck oppure quando si prende cura, quasi in modo paterno, di un altro sventurato, Pip. E’ furbo (non dice alla ciurma che il suo unico scopo è uccidere Moby Dick) ed è un grande trascinatore, sa toccare le corde giuste infiammando i cuori di tutti i membri del suo equipaggio, nessuno escluso. Ma, sopratutto, è di una tenacia spaventosa. Non lo vedo come un personaggio totalmente negativo, un “Mr Hyde” per intenderci. Probabilmente non è stato sempre così. L’incidente con la Balena lo ha trasformato, dando paradossalmente un senso ad una vita solitaria e monotona. Malgrado i vari segnali nefasti e le profezie avverse, è deciso ad andare fino in fondo, anche rimettendoci la vita.

Nei momenti bui dovremmo ricordarci di combattere con la stessa fierezza e perseveranza del capitano. Che personaggio! Nel finale non potevo non “tifare” per Achab, ritrovandomi a digrignare i denti. Ed ecco quello che a parer mio è un monologo magnifico pari, in quanto a bellezza, solo al capitolo dedicato alla “bianchezza delle balena”.

 

Che cos’è mai, quale cosa senza nome, imperscrutabile e ultraterrena è mai; quale signore e padrone nascosto e ingannatore, quale tiranno spietato mi comanda, perchè, contro tutti gli affetti e i desideri umani, io deva continuare a sospingere, ad agitarmi, a menare gomitate senza posa, accingendomi temerario a ciò che nel mio cuore vero, naturale, non ho mai osato nemmeno di osare? E’ Achab, Achab? Sono io, o Signore, che sollevo questo braccio o chi è? Ma se il sole immenso non si muove da sè, e non è che un fattorino del cielo; se nemmeno una sola stella può ruotare se non per un potere invisibile, come può dunque questo piccolo cuore battere, e questo piccolo cervello pensare, se non è Dio che dà quel battito, che pensa quei pensieri, che vive quella vita, e non Io?Per gli dei, marinaio, noi siamo fatti girare e girare in questo mondo come quel verricello e il destino è l’aspa.

Peck sontuoso.
Peck sontuoso.

 

E infine c’è lei, la Balena. Crudele e vendicativa, secondo i racconti dei capitani che via via incrociano il Pequod (e anche in questi veloci meeting tra Capitani apprezzerete la mancanza di buone maniere di Achab che si cura solo del suo acerrimo bianco nemico). Possono esserci varie letture su cosa identificarvi. Quella che preferisco è che essa in un certo senso rappresenti la morte.

http://www.splitreason.com/product/736 una simpatica t shirt a tema.
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Il bianco funereo, l’emersione improvvisa, la mancanza di pietà potrebbero evocare lo spettro col quale non solo Achab ma chiunque deve combattere. 

Meritano infine  di essere citati i mitici componenti del multietnico equipaggio del Pequod: il gigantesco Quiqueg, il ligio e scaramantico Starbuck, il  cinico Stubb, lo spensierato Flask, lo sfortunato Pip, il misterioso Fedallah. E’ stato un piacere aver navigato con voi.

Per concludere, se avete pazienza e volete leggere qualcosa di diverso, date una possibilità ad Achab e compagni. Salite sul Pequod, mollate l’ancora sapendo che fino a quando la caccia non avrà fine, non toccherete terra. E una volta tornanti a casa non sarete gli stessi e, come Ismaele, sarete desiderosi di narrare a tutti l’esperienza che avete vissuto.

 

 

 

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