Quello che non riesco a capire è perchè mi capitino sottomano delle serie che trovo splendide. Le risposte possono essere due: o ho delle aspettative talmente basse che qualsiasi cosa guardi mi sembra magnifica oppure sono molto fortunato nel pescare le serie da seguire.
Il gioiello di cui vorrei parlarvi è True Detective, serie antologica (per ora alla prima stagione ma la seconda è in arrivo tra meno di un anno con attori e storia diversi), made by HBO. Un noir abbastanza atipico che fa dell’atmosfera la principale protagonista. Veniamo catapultati nelle distese verdi dai grandi fiumi della Lousiana e assistiamo alla storia di due detective, mai così diversi eppure complementari. Nell’arco di 17 anni, attraverso un uso molto interessante dei flashback, raccontandoci due linee narrative temporalmente differenti (destinate a ricongiungersi alla fine), seguiamo le vicende del detective Martin Hart e del suo collega Rustin Cohle alle prese con un oscuro caso di omicidio. Tutto qui? Neanche per idea. Come il genere noir insegna (genere al quale mi sembra appartenga “TD” ma con alcuni passaggi che si distaccano dai canoni, in particolare nel finale), la lente di ingrandimento viene puntata sui personaggi piuttosto che sul caso da risolvere. Così puntata dopo puntata, con il ritmo cadenzato e lento delle ballate country e dell’accento della Lousiana, cominciamo a conoscere questi due individui, ognuno con il proprio “dark side”. Vita privata e indagini si intrecciano dandoci un affresco della vita di due uomini tormentati (in maniera più evidente Cohle, celatamente Hart) che in tre lustri affrontano crisi e sfide, litigi e successo, donne e ossessioni.

Eppure – cosa che trovo splendida – li ritroviamo ai giorni nostri (o meglio, nel 2012) a tornare ad essere una coppia investigativa all’apparenza bizzarra, in realtà legata da un’amicizia talmente profonda da non aver bisogno di esternazioni. Potrei dilungarmi nello sviscerare parecchi aspetti e riflessioni (nonchè citare numerosissime perle di Rust) che questa serie pone, alcuni dei quali ho scoperto nei vari forum e commenti delle puntate, ma non solo sarebbe un’impresa titanica (5-6 articoli sarebbero d’obbligo) ma rovinerebbe a chi sia avvicina alla serie il gusto del “farla propria” ,di interiorizzare e digerire i messaggi che, inevitabilmente, ognuno di noi scova in quel dettaglio o in quel monologo. Trovo che il fatto che TD dia così tanti spunti (fatevi una surfata sul web e ne troverete a bizzeffe), sia un pregio che non tutte le serie tv possono vantare. Lascio a voi le considerazioni esistenziali,filosofiche che possono essere tratte dalle splendide otto puntate di TD.

Sul lato tecnico, alzo le mani. Quando trovi una regia di tale calibro (ormai non si parla d’altro che del piano sequenza della 1×05 ma la regia è sublime pur non essendo invadente o autoreferenziale) e una fotografia di un livello superlativo, c’è poco da commentare. Le riprese dall’alto delle enormi distese verde scuro inframezzate da fiumi, con sullo sfondo qualche ciminiera, sono suggestive proprio perchè in quell’immensità (dai colori spenti, saturati) i “nostri” sono due minuscole figure, quasi a voler sottolineare la solitudine dei protagonisti. Il viaggio nel “cuore di tenebra” della Lousiana è reso magnificamente e la sensazione di disagio permea tutte le puntate. La fotografia è molto curata ed i colori spenti contribuiscono a tutto ciò. Non so voi ma dopo ogni puntata ero “scosso”, come se avvertissi la presenza di qualche cosa di spiacevole pur senza riuscire ad identificarlo.
Poi ci sarebbe da parlare del Cast. Premetto che non ho visto ancora Dallas Buyers Club ma, già basandomi su queste otto ore di visione, non posso che concordare con l’Oscar al buon Matthew. Applausi a scena aperta, penso che dovrebbero portargli almeno una carrellata di Emmy’s per come è riuscito a rendere il tormentato Rust. Non è da meno anche il caro Woody (che mi aveva lasciato felicemente impressionato in quella perla di film che è Defendor): anche lui dai tempi di “Proposta Indecente” (dove l’aggettivo è riferibile alla pellicola piuttosto che alla proposta) ne ha fatta di strada tanto da dar vita ad un poliziotto pieno di luci e ombre. E’ ovvio che in un prodotto che fa dei dialoghi e della psicologia dei protagonisti il punto di forza, l’apporto dei due attori principali è fondamentale perchè letteralmente entrambi devono “reggere” questa sorta di macro-film da otto ore. Personaggi secondari ma convincenti Michelle Monaghan e Alexandra D’Addario (si proprio l’amichetta di Percy Jackson.:alla faccia.) che si concedono due scene “HBO style” (sono solo due, stavolta niente scene forzate in ogni puntata. Qualsiasi riferimento a Games Of Thrones è puramente casuale).
Per concludere, spero di aver stuzzicato la vostra curiosità. Date una possibilità a questa serie senza farvi spaventare dal lento ritmo e respirerete l’aria della Lousiana insieme a due veri detective, veri perché così dannatamente umani.
P.S. Consiglio caldamente di vederla in lingua originale.
P.S. 2 Per la seconda stagione vedrei molto bene E.Norton o in alternativa D.D.Lewis.
P.S. 3 Fukunaga (alla regia) da monumento. Pizzolato, autore dello script, da standig ovation (Visto il cognome possiamo dire che una piccola traccia italica, alla lontana, c’è anche in questa perla della tv made in USA). Sto pregustando lo scontro tra titani per il miglior “Drama” con Breaking Bad ai prossimi Emmy!!!
