Dopo una troppo prolungata assenza rieccomi a “bloggare”. Iniziamo con un racconto che avevo da un pò in un cassetto…
Artù osservava dalla finestra Camelot. Le mani intrecciate dietro la schiena celavano parte del drago dei Pendragon ricamato sul suo mantello. Con lo sguardo fisso nel vuoto il re pensava, gli capitava spesso, negli ultimi tempi. Ore ed ore passate a riflettere, da solo, nella sua sala. La città che si stagliava di fronte a lui brulicava di persone, di affari, di vita. Artù invece era solo nella sala reale.
“E’ per la tua sicurezza” gli ricordavano i cavalieri della Tavola Rotonda quando mostrava qualche perplessità per quella misura così drastica. Oramai ci aveva fatto l’abitudine, comunque. Dopotutto anche se fosse stato libero di scorrazzare per tutta Camelot non avrebbe di sicuro avuto una vita molto più eccitante: chi mai lo avrebbe trattato con sincerità,schiettezza e cordialità? Non era un uomo qualunque, era il re. Il re perfetto. La guida temporale e spirituale della Britannia non poteva avere amici e confidenti. Era inevitabile che incutesse soggezione in tutte le persone che frequentava, compresi i cavalieri e, del resto, lui doveva attenersi all’etichetta e le consuetudini. Un tempo, anni prima, erano stati suoi amici e compagni d’arme: ora erano sudditi. Devoti e leali. Ma sudditi.
Faceva eccezione solo Lancillotto che con la sua vivacità e onestà lo trattava anche come amico. I primi tempi Artù aveva apprezzato questa sua caratteristica poi però,lentamente, aveva cominciato a detestarlo. Erano simili lui e il cavaliere, entrambi destinati ad essere perfetti, ma Lancilotto non aveva le sue responsabilità e . grazie alla sua avvenenza e fascino , veniva veramente amato, non solo rispettato, da tutti.
Sopratutto la principale differenza tra i due era lei. La spada. Chi era Artù di Camelot senza “Excalibur?” Era stato grazie a quella spada che aveva mantenuto il trono e era riuscito ad incutere timore e rispetto. Senza quel pezzo di metallo freddo, perfetto, lui sarebbe stato una persona qualunque. A volte, di notte, si trovava a pensare cosa sarebbe successo se non avesse estratto quella dannata spada e di come, in realtà, fosse lei a regnare. A ben vedere era la sua vera compagna dato che Ginevra non poteva certo fregiarsi di quel titolo. Come era stato felice il giorno delle nozze, circondato da case agghindate e popolo festante. Come era stato ingenuo.
Nemmeno Ginevra, che era bellissima e intelligente, riusciva ad apprezzarlo per la persona che era. Lo vedeva come re e come marito. Non come uomo. Alla fine il matrimonio era diventato freddo e Artù non aveva dimenticato gli sguardi che la regina lanciava a Lancillotto, del resto lui poteva avere tutto quello che ad Artù era precluso. Vide la sua immagine riflessa nel vetro, assai raro e costoso, e rimase a fissare quella figura barbuta che lo osservava con occhi stanchi: pure lei sembrava compatirlo. Se solo Merlino fosse stato con lui… ma in quel momento lo stregone era da solo chissà dove, ad operare per la pace del Regno. Un sorriso amaro comparve sulle sue labbra:erano due reclusi leggendari.
