Una dea scesa in terra

VENERE BOTTICELLI

 

Sono al supermercato. Il suono ripetuto degli articoli che passano dalle svelte mani della cassiera riempie l’aria. Mia madre, rapida, imbusta ed io sollevo ,con la mia consueta poca agilità, i pacchi per lasciarli cadere nel carrello.

E’ stato un attimo. Questione di secondi, forse anche meno. Un viso familiare. Lei, china a raccogliere latte,formaggi,bottiglie dal suo carrello. No, non può essere. Un’ immagine si sovrappone a quella figura, quella di una decina di anni prima.

Una divinità. Era così che la consideravo durante i miei anni di nuoto. Tra i quindici e i diciott’anni era quanto di più vicino potesse avvicinarsi alla perfezione estetica. Alta, pelle di un rosa chiarissimo, capelli dorati, lineamenti delicati, occhi azzurri,naso appuntito e forme bilanciate. Non serviva uno specchio per sapere che era la più bella del reame. Ma non finiva qui. Non era semplicemente una bella ragazza, rappresentava qualcosa di più. Il suo carattere, a dir poco detestabile, contribuiva ad aggiungere a quella magnifica figura un’aura di irraggiungibilità che le dava un fascino particolare. Dopotutto non aveva movenze particolarmente aggraziate nè una voce sensuale (anzi, la sua, era leggermente roca) ma il suo modo di rapportarsi con la realtà così “umana” la poneva, nei miei pensieri, su un piano superiore a quello di tutti noi, miseri mortali. Non si può dire che fosse una persona che guardava dall’alto in basso: lei sulla Terra non guardava proprio. Tutto ciò la rendeva una dea che aveva l’aspetto di Venere, la altezzosità di Giunone e la freddezza di Minerva. Probabilmente in una precedente vita era stata una aristocratica ma sia chiaro: non una delle dame inglesi ottocentesche (che avevano rispetto a lei  fin troppa classe) bensì una nobildonna di una famiglia francese in declino nel fine settecento che, con un fare che viene associato oramai per tradizione a Maria Antonietta, si affacciava dal suo balcone chiedendosi perchè il popolo chiedeva  pane quando avrebbe potuto cibarsi di brioches.   L’aspetto interessante inoltre riguardava il fatto che, per motivi ancora oggi a me inspiegabili, mi detestava. Già il fatto di poter entrare nel novero dei mortali da lei considerati, seppur in una sua lista nera,  era per me motivo di orgoglio. Nessuna fanciulla incontrata successivamente poteva rubarle il trono in una mia Hall of Fame personale.

Ora eccola lì. Un viso largo il doppio. Un fisico largo il doppio. La sua bellezza crollata, il suo mito sgretolato. La stessa immagine nobile cancellata dal fatto di dover utilizzare quelle che (solo un tempo) erano esili e delicate mani per spostare bottiglie di latte, uova e quant’altro. Come se, per aver fatto infuriare qualche altra divinità, forse a causa della sua superbia o della sua eccessiva bellezza, le fosse stata lanciata una maledizione: diventare umana.

Mia madre paga e, mentre velocemente spingo il carrello, mi chiede: “Hai visto chi c’era?”

“No.”

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