Nei pressi di Madrid, Spagna 21 Dicembre 1788
David Landseer guardava i cannoni tuonare contro le mura della fortezza con aria soddisfatta: presto ci sarebbero state due brecce e l’assalto sarebbe iniziato. Intanto diede ordine di avanzare alla fanteria coloniale, i suoi fedelissimi, per scalare la parte a ovest delle mura.
Ripensò a come era finito in quella situazione, a come era diventato nel giro di 3 anni il generale in capo di tutte le forze armate olandesi:
Tutto era iniziato quando il neo-governatore delle Indie Orientali era venuto a fargli visita tre anni prima a Kabul. Si ricordò che in quei giorni stava fronteggiando un manipolo di ribelli afgani e, nel bel mezzo dei preparativi per una spedizione “punitiva”, il governatore si era presentato con le testuali parole: “Signor Landseer, parlate lo Spagnolo?” Erano seguite due ore di spiegazioni che in poche parole significavano una imminente guerra alla potenza spagnola. I rapporti con gli iberici non erano mai stati idilliaci, fin dalla guerra delle Fiandre, ma da circa venti anni non c’erano stati conflitti. Ma ora la grande potenza olandese non poteva tollerare di avere un potente rivale navale sopratutto nell’area commerciale africana: era il momento della vendetta.
Data l’enorme mole di truppe stanziate in una ormai riappacificata India, che era interamente “orange” a parte due province cedute ai fedelissimi britannici in cambio di New York (o meglio Nuova Amsterdam), si era deciso di avviare un’opera logistica senza precedenti: trasferire 4 grandi eserciti dall’India alla Francia. E lui avrebbe condotto l’assalto alla Spagna: avrebbe risposto del suo operato solo al Ministro della Guerra.
“Avete conquistato l’India, Oostra è morto. Avete dato prova di essere un grande condottiero e uomo militare, dovete accettare. “
Non era un invito, era un ordine.
E così erano seguiti 2 anni di intensi preparativi: la scelta delle truppe (quelle dotate di esperienza maggiore, un regalo anche per i più anziani che avrebbero rivisto la Madre Patria per qualche tempo), i generali (uno tra questi era ovviamente il brillante Courtlands), la flotta da allestire e tutta l’artiglieria. Non aveva mai faticato così tanto in vita sua, eppure ce l’aveva fatta: dopo mesi di mare (che stentava a dimenticare) era giunto sulle coste iberiche. Lì aveva stabilito il Piano, un progetto apparentemente folle: colpire al Cuore il nemico, conquistare Madrid.
Il Casus Belli, scherzo del destino, era servito su un piatto d’argento: Il Portogallo si era appena reso indipendente e le Province Unite non avevano tardato, giustamente, ad allearsi con lui e a dichiararlo suo Protettorato (oltre che a finanziarlo e concedendogli diverse tecnologie..).
Malgrado i portoghesi non fossero in guerra con gli spagnoli, era facile trovare un pretesto per “garantire l’indipendenza dello Stato Portoghese”…
Un’ armata sarebbe scesa da Nord, avrebbe attraversato i Pirenei e preservato il confine con la Francia.
Courtlands e un’altra armata sarebbero avanzati dal Portogoallo verso l’interno.
Un esercito sarebbe partito da Marsiglia per dirigersi nella Savoia.
Lui sarebbe risalito da Sud, dritto verso Madrid.
Lezioni di Spagnolo – parte seconda.
6 Dicembre 1792, Francia Meridionale.
Ignaas in sella al suo destriero galoppava. Galoppava insieme al suo reggimento verso gli spagnoli, figli di un impero in decadenza ma orgogliosi come nessun altro.
Lui, invece era figlio di un altro impero…quello che in quel momento dominava sul globo. Mentre vi pensava ,quasi inconsciamente gettò lo sguardo sulla propria divisa e sorrise: si, era contento di essere olandese.
Nuvolette di fumo erano tutte attorno e non erano cannoni ,bensì il fiato dei cavalli dell’ottavo reggimento di cavalleria di stanza a Marsiglia.
La battaglia era incominciata quattro ore prima dopo che il suo generale, Harm Persoons, visto l’arrivo dei rinforzi, aveva deciso di attaccare l’armata spagnola, ultimo esercito spagnolo nel sud della Francia e , ormai, ultimo esercito spagnolo a nord di Madrid.
Gli spagnoli si erano asserragliati nei pressi di un caseggiato, aspettando le prime mosse da parte degli orange. Persoons aveva fatto mettere l’artiglieria fissa e mobile molto avanzata eppure era stato costretto ad avanzare…il nemico era ancora troppo distante e non si poteva stuzzicare con un allegro bombardamento. Inoltre gli iberici avevano degli ottimi cannoni che, come se fossero magici, a grande distanza riuscivano talvolta a colpire i reggimenti di fanteria. Ecco allora che Ignaas e i suoi erano entrati in scena affiancati da dragoni leggeri e dai migliori cavalieri. Avevano aggirato i cannoni spagnoli più esposti, all’estremità del fianco destro iberico, e li avevano annientati: il nemico li aveva sacrificati non inviando truppe in aiuto: preferiva tenere il grosso delle forze al riparo.
Intanto Persoons aveva dato ordine alla fanteria di linea e a quella leggera di avanzare in obliquo, in modo da attaccare gli spagnoli sul fianco sinistro, ormai libero da minacce di artiglieria. Il generale orange aveva infatti notato che l’altro cannone spagnolo, per quanto minaccioso, era fisso. Se gli olandesi avessero attaccato gli spagnoli a novanta gradi dalla sua ubicazione, sarebbe stata una minaccia in meno da fronteggiare. E così avevano fatto. Però il nemico si era rivelato più tenace del previsto e, quando le due fanterie si erano scontrate, gli spagnoli non avevano ceduto di un metro. Ecco che allora il generale aveva dato ordine alla cavalleria di attaccare da nord, attraverso un ampio aggiramento, per prenderli alle spalle.
Loro erano lì, con di fronte un reggimento nemico ad aspettarli.
“Caricaaaa”: un unico urlo, spade sguainate.
Mancava qualche centinaio di metri.
Gli spagnoli si stavano sparpagliando…cosa diavolo..
Ancora pochi metri…
Parte dei soldati spagnoli presenti all’estremità della linea del reggimento si mossero di scatto per posizionarsi ai fianchi..
Malgrado il freddo, Ignaas cominciò a sudare intuendo cosa stava per accadere.
Ma ormai era troppo tardi.
Cento metri.
Cinquanta.
Impatto: la cavalleria olandese si infranse contro uno dei lati del quadrato che aveva formato la fanteria iberica. Ignaas colpiva affannosamente con la sua spada i fanti ma capì che erano senza speranza: non erano riusciti a far breccia e ora venivano respinti. Anzi, quella era diventata una trappola mortale. Non seppe mai quanto tempo passò prima del momento in cui venne dato l’ordine di ripiegare, ma sembrò una eternità. Perdeva sangue da una gamba e a stento si tenne in sella mentre vedeva gli altri cadere. Uno dopo l’altro. Un massacro. Divenne una rotta.
Si salvò, fortunatamente, e seppe in seguito come si era svolta la battaglia del grosso delle forze: le fanterie si erano massacrate a vicenda e solo sfruttando il cedimento del fianco sinistro spagnolo, gli olandesi con gravi perdite erano riusciti a mettere in rotta gli spagnoli.
Quella battaglia poteva essere il trampolino di lancio per Persoons e invece era diventata una vittoria di Pirro. Ignaas sapeva benissimo che le mosse del suo generale erano state dettate anche dalla foga di mettersi in mostra: ora che Landseer era morto tutti i generali, chi più chi meno, sognavano di ottenere il comando supremo delle truppe olandesi in Spagna. Madrid era caduta due anni prima ma, accecati dalla voglia di dimostrare il loro valore avevano lasciato Madrid di fatto sguarnita, con poche truppe a presidiarla: una armata spagnola, seppur non numerosa, aveva aggirato l’esercito olandese che le dava la caccia nei Pirenei ed aveva preso la capitale. Era in corso quindi il secondo assedio olandese di Madrid.
“Se la gamba si riprenderà potrò partecipare all’assalto in Africa agli avamposti spagnoli” pensò Ignaas. Era solo questione di tempo e gli olandesi avrebbero messo sotto scacco definitivamente gli Spagnoli: dopo aver strappato Milano e la Savoia agli iberici (e la prima donata a Genova), le Province Unite avevano assistito alla conquista di Napoli da parte degli Stati Italiani.
Di Spagna in Europa presto non se ne sarebbe più parlato.
Ecco la battaglia:








