Terra di Nessuno

TERRA DI NESSUNOVoglio raccontarvi una storia.

Il mio nome non è importante. Ciò che conta è che possiate avere qualche notizia di un luogo ameno, aspro e letale nel quale mi sono imbattuto qualche tempo fa. Spero mi perdonerete se non riesco a descrivere fin nei minimi dettagli l’ambiente in questione, sono tuttavia convinto che sia essenziale  che vengano trasmesse, per quanto possibile, le mie sensazioni. La mia poca dimestichezza con la memoria già si palesa in un primo errore:  “imbattuto”. In realtà potrebbe passare il messaggio che io sia involontariamente venuto in contatto con questa realtà. Ciò è sbagliato. Almeno in parte. Si da il caso che chiunque acceda a questo territorio lo faccia con le migliori intenzioni, con grandi speranze e con la personale convinzione di essere capace di attraversarlo in un batter d’occhio senza enormi difficoltà.Torniamo a noi, dov’ero rimasto? Devo inziare dal principio. Giusto. Il primo impatto è da lasciare a bocca aperta: una spiaggia sterminata con i granelli di sabbia che luccicano al sole. Un sole particolare. In effetti è più simile ad una luce che si propaga da nord, tendente al bianco, calda. E’ indubbiamente la cosa più bella che occhio umano possa vedere, credetemi.Appena arrivato, il come non importa, comincio  ad incamminarmi, felice come un bambino quando entra in un negozio di giocattoli.

Dopo qualche tempo inizio però a capire che qualcosa non funziona perfettamente. Più vado avanti più il caldo diventa insopportabile. La spiaggia diventa un deserto, il mare che sembrava poco prima essere prossimo in realtà non esiste. I vestiti con i quali sono entrato diventano sempre più soffocanti e pesanti e le scarpe si disfano in poco tempo a causa dei sassi taglienti sul tragitto. La luce però rimane. Ad est e ovest non c’è nient’altro che deserto e qualche sagoma scura, altri compagni sfortunati in questo viaggio. Sono lontani, però. E si comportano in un modo particolare: quando hanno il volto diritto, rivolto verso la luce a nord, sorridono. Anche io sorrido. Ma è una finzione. La gioia iniziale si trasforma in una graduale consapevolezza della tristezza che comincia a farsi strada ma, d’altro canto, non puoi nemmeno rivolgerti alla luce con qualcosa di meno di un sorriso. Sarebbe brutto sprecare quello sguardo con un’espressione diversa da un sorriso. Quindi sorridi ma dentro soffri come un cane. Se si potessero esaminare gli occhi di tutte le persone passate attraverso questo maledetto pellegrinaggio,sarebbe ovvia la frizione tra l’espressione beata della bocca e quella triste degli occhi. E non pensiate che sorridere per finta sia piacevole. Sarà capitato almeno una volta anche a voi, no? I muscoli attorno alla bocca si indolensiscono ed è una faticaccia tenerli fermi. Laggiù  alcuni voltavano brevemente lo sguardo dalla luce per far respirare la mascella e non nascondo che anche io sono ricorso a questo espediente. Proseguendo il cammino giungo improvvisamente vicino ad un burrone. Non è possibile scorgerlo da lontano, vi compare all’improvviso. E’ scuro ed è talmente profondo che non è possibile guardarne il fondo.  Vi ho parlato del burrone ma non ancora di ciò che era al di là. Un terreno verdeggiante e la fonte luminosa della magica luce. Che ci vuole, direte voi, basta saltare il burrone! Il problema è che non ha una ampiezza tale da rendere impensabile qualsiasi tentativo ma allo stesso tempo è largo a tal punto da rasentare l’impossibile per saltarlo. Di fronte alla scelta di come affrontare il grande balzo, tutti i “pellegrini” temporeggiano. Vi appare infatti una scena curiosa, con decine e decine di persone che, a rigorosa distanza l’uno dall’altro, aspettano.  Non illudetevi che possiate ingannare il tempo e la fatica facendo quattro chiacchiere.  Siete soli, nessuno da confidenza.  Mi ricordo ora di qualcuno che si acquattava in  buche del terreno per riposarsi. Alcuni scrivevano, altri cantavano e altri ancora leggevano. Poi, di tanto in tanto, qualche temerario saltava. E cadeva. Perdendo la luce per sempre.

E così passa il tempo, anche se averne cognizione in quelle condizioni è già un’ impresa. La barba mi cresce, mi accorgo dei calli nei piedi e nelle mani (passavo il tempo scrivendo su una roccia qualche fesseria) e delle labbra sempre più screpolate. Maledico tutti: me stesso, la luce, il destino ma non riesco ad avere il coraggio di saltare. Siamo chiari, non sono l’unico. Siamo in parecchi a temporeggiare. E a soffrire. Dopotutto non sembrano esserci alternative: tornare indietro è da folli data l’impossibilità di dare le spalle alla luce meravigliosa. Saltare richiederebbe un coraggio non indifferente d’altra parte. E così, nella mia testardaggine, mi metto in testa che deve esserci un’alternativa. E, incredibilmente, la trovo!

E’ una scaletta, tipo quelle che vedete nelle piscine. Con la particolarità di essere lunga probabilmente chilometri, dato che porta in fondo al burrone. Permetterebbe un’uscita alternativa allo sfracellamento,passatemi il termine, dovuto al  fallace salto.  Do un ultima occhiata alla luce, sapendo che sarà un addio, e senza pensarci troppo, per paura di cambiare idea, comincio a scendere. Scalino dopo scalino, cercando col piede quello successivo sento un freddo crescente, che entra dritto nelle ossa. Comincio a tremare, tanto da farmi temere di perdere la presa e cadere.  Vi risparmio il profondo senso di vuoto che mi attanagliava nello stomaco e una debolezza che mai avevo sentito fino ad allora.  Resisto a stento e, dopo interminabili minuti, ore o giorni, tocco terra.Ed esco all’aria aperta.

Non ho la presunzione di ritenermi l’unico ad aver scovato la scaletta, questo è sicuro. So però di aver lasciato parecchie persone in quella landa desolata. In perenne attesa. Le ferite sono guarite anche se forse qualche piccola cicatrice rimane. Il dolore fisico è solo un lontano ricordo, grazie al cielo. Ciò che mi assilla però è trovare un colpevole: la colpa è mia dato che mi sono imbarcato in una impresa al di sopra delle mie possibilità? O forse è della trappola della landa desolata che fustiga senza pietà sogni di persone ? O se invece fosse della luce, che ci fa sembrare tante falene che volano verso la loro stessa fine? Non ho ancora trovato una risposta e forse non la troverò mai, amen. Eroe o codardo? Stupido o saggio? Chissà…

Arriviamo infine all’ ultima e più tremenda domanda, quella che mi ha spinto a scrivervi delle mie vicende: Ne vale la pena? O è meglio non entrare? Sembrerebbe scontato dire di resistere alla tentazione e tenersi alla larga. Eppure, anche se può sembrarvi folle, sono indeciso. Già. Malgrado tutto.

Quella luce era così bella.

Ah, quasi dimenticavo. Alcuni questa landa desolata la chiamano “zona-amici”. Io preferisco “la terra di nessuno”.

dedicato a C, altro pellegrino.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.